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7 settembre 2010

La Preghiera dei Carnefici



“Cosa vorresti dire con questo – tu – lurido figlio di puttana?”

Presi un lungo respiro prima di rispondere. Abbassai lentamente il capo, scuotendolo appena, come timidamente la sera fanno le fronde degli alberi allo spirare di un vento leggero. I miei fragili occhi si limitavano a fissare la birra nel bicchiere e le bollicine che salivano, salivano, salivano dirette verso il cielo, in un effimero ed eterno canto alcolico. Chissà, chissà cosa avrebbe detto, Chris. Chissà come sarebbe entrato nella conversazione, con il suo sorriso smagliante, i suoi occhi accesi come zaffiri splendenti, i suoi capelli corvini, il suo volto gentile e calmo. Chissà. Lui sapeva. Lui sapeva sempre cosa dire.

Lui sapeva amare tutti. Dare una chance. Una speranza.

Ma Chris se ne era andato. E non sarebbe tornato. Mai. E io non avevo l’altro che l’odio, nelle mie mani che un tempo stringevano l'intera speranza del mondo.

“Voglio dire” - spiccicai lentamente, mentre la mia lingua si impastava - “che è tutto inutile. Tutto.”

Un lungo e terribile attimo di silenzio. E le bollicine smisero di salire. Avrei voluto che questa armonia, questo rumore assordante fosse durato in eterno. Avrei ucciso – ancora – per questa incredibile pace agghiacciante; era la fontana per me - assetato e disperso nel deserto. Non è vero che dando al solitario una compagnia lo farete parlare senza sosta; anzi. Lo mettete a disagio, lo incattivite, lo umiliate, lo fate piangere, lo rendete goffo, brutto e fastidioso. Sputate sul quel poco di dignità che gli è rimasta, su quel brandello di anima che non ha ancora perduto.

“Ma sei scemo?!” – Bang. Tutto distrutto. Un’altra illusione in frantumi. Il Divenire: un’agonia senza fine.

Sorseggiai appena la birra.

“Ma guarda te. Sei proprio un figlio di puttana tu, lo sai? Prendi per il culo la gente che prega, la gente che si fa il culo a quattro, la gente che fa del bene. Guardati. Guardati! Sei qui a sparare sentenze sulla gente che lavora e ha una moglie, mentre tu non fai altro che grattarti il culo. Chi cazzo di credi di essere?”

Bella domanda. Chi ero io? Probabilmente ero davvero un figlio di puttana. Probabilmente non avevo diritto di giudicare. Ma io sapevo. Io sapevo. Non avevo nulla sulla vita di questo individuo medio, delle sue passioni, del suo lavoro, delle sue preferenze alimentari, politiche, sessuali, alcoliche; nulla. Ma io capivo, tutavia. E dunque, sapevo. Capivo - e sapevo - perché sono uno scrittore – e soprattutto perché sono un solitario. Ho visto milioni di spettacoli nella mia vita; ordalie di burattini danzanti e giudizi di morte e vita elargiti con prodiga mano. Io ho visto e ho imparato a mettere ordine in quei puzzle irrisolti della vita, a districare le reti del subconscio, a mettere ordine dove caos ed entropia imperano, a far dipendere ogni istinto da una scelta – fredda, asettica, volontaria. E quindi, so. E dato che so, non riesco a tacere, a fermare il gentile e mortale tratto della mia penna, a interrompere questa impietosa serie di colpi sulla tastiera.

Lo deluderò, non ha scampo. Non ho scampo. In questo momento, lui spera che io risponda con qualcosa che gli dia ragione (la ragione: inerzia della verità!), che chiuda la conversazione, che attesti la mia inferiorità. Inferiorità; un concetto buono per chi ha ancora delle certezze da vendere sul mercato. Io non avevo certezze; avevo solo stanchezza e ossa spezzate. Chris- lui sì -, lui avrebbe trovato una Terza Via. Un sorriso. Una scoperta. Una aurora. Ma io non ero Jack. Non avevo la sua speranza. Non avevo nemmeno l’odio, ora che ci pensavo davvero. Avevo solo una fredda indifferenza. E si mischiava a un silenzioso e pacato – quanto tagliente – disprezzo.

“Ascolta” – dissi lentamente, sempre fissando il bicchiere di vetro – “ma tu ci credi davvero a tutte queste fregnacce?”

Si irritò. Mi feci triste.

“Sì che ci credo, cazzo, ci credo, cazzo! E se non ci credi, come fai a non vedere il bene che c’è nell’umanità, LO SCOPO? Sembri un cazzo di adolescente che gioca a non rispettare le regole.”

Bevvi. In silenzio.

“Perché non rispondi? PERCHE’ TI OSTINI A NON PARLARE, coglione?!”

Adesso tutto il bar si era girato, e ci guardava – mi guardava – con ostilità. Alla gente fa paura la gente che parla. La gente che pensa e che ha idee. Fanno bene: noi intellettuali siamo dei fottuti carnefici. Siederemo in cima al mondo prevedendo il suo ruotare e ci sporcheremo le mani con il suo sangue. Mi alzai e pigramente mi diressi verso l’ingresso sorridendo, mentre quasi parevo fendere le pareti del locale.

“CHE CAZZO C’HAI DA RIDERE, COGLIONE?”

Mi voltai, sempre con il sorriso.

E cominciai ad urlare. Forte. Distinto. Impietoso.

“Pensavo. Pensavo a voi. Tu. Uomo. Voi, che non vi amate ma vi umiliate. Perdete il vostro tempo e il vostro Ego nell’adorazione a Qualcuno e portate quel poco di buono che avete fuori da voi stessi. Vi credete grandi; Credenti; Prescelti. Andate su automobili di classe e mentre vostra moglie prepara la cena si illude di vivere in un'Arcadia piena di affetto, ma il vostro non è Affetto, la vostra non è Vita. Non siete che viscidi vermi, e come bufali calpestate questa terra, spargendo dolore e sgomento a ogni vostro passo, corrompendo la terra dei vostri avi, terra che un tempo regalava meli e peschi e ora piange lacrime di cenere. Espellete dal vostro animo il dolore e la disperazione; vi accontentate di una felicità sbiadita, preferite un grigiore di piacere, un credere sicuro, una vita di assegni in bianco. Quello che commuove, voi lo trasformate in scherno. Quello che fa piangere, in debolezze. Elevate la vostra debolezza e la vostra impotenza perché il vostro livore e il vostro astio non conoscono requie; io lo leggo nei vostri occhi, lo leggo, questo freddo odio che nasce dal CONTEGNO! IL CONTEGNO! Un concetto buono per i figli di buona famiglia, per ripararsi dallo scandalo, dalle dita della disgrazia! E mentre preghi o hai fiducia in un Bene Superiore - nel tuo Contengo magari! - da qualche parte nel mondo c'è chi sta combattendo con spaventose carabine, con le mani incrociate sul petto, visi deturpati dalle granate e dalla rabbia, in preda alla fame, alla sete, alla pazzia. Questa è l’Umanità, divenuta Massa. E voi non siete singoli, ma vermi.”

Mi fermai. Li guardai. Tutti. Uno a uno.

“L’Umanità è morta. E voi - uomini singoli vermi - siete i complici e gli autori - di questo genocidio."

E la notte mi avvolse. Per l’ultima volta.

*******************************

Chris è a terra. Io accanto a lui. Mano levata che stringe una tanica di benzina. Scrosciare del liquido, che si abbatte violentemente sul cadavere, avvolgendo ogni sinuosità, abbracciandolo come un vestito elegante. Zippo che si apre e chiude.

Click

Click

Click

“Addio Chris, amico mio. Permettimi questo commiato da ragazzo; perché siamo ancora ragazzi, nostalgici di quel tempo dove i meli e i peschi erano il nostro mondo e la vita era il tuono all'orizzonte. Amavi troppo e sei morto per questo. Non ho il tuo ottimismo, amico mio. Lo sai. Non temere; tutti noi lotteremo serbando la fredda consapevolezza che è propria di chi non ha più nulla da perdere, di chi è certo della follia della propria lotta, si chi brucia di vita e di chi vive e morirà a occhi spalancati. Brinderò al tuo nome questa e ogni altra notte della vita che verrà, conscio che il momento più nero della notte è quello che precede l’alba; ma ora che il sole è esploso, l’alba è stata imprigionata (troppo scandalosa e struggente, dicevano loro) e quello che mi rimane non è che una lacrima che non ho il coraggio di versare. Ti prego, amico mio, lasciami quest’ultima parvenza di umanità. Dicevi che l’Umanità fa schifo e che nel Singolo trovi il Tesoro; perdonami, ma io vedo solo sacchi della spazzatura, ricolmi di merda e odio; figure di cartone. Solo figure di cartone; figure di cartone senza anima. Figure di cartone che hanno paura del proprio denaro e ammazzano. Figure di cartone che chiamano onore la loro violenza. Figure di cartone che terrorizzano per non essere terrorizzati. Figure di cartone che sparano a innocenti, ordinano esecuzioni, che costringono al silenzio, che avvelenano la terra dei propri padri, che fanno schiacciano la dignità di uomini incolpevoli. Anche io – come te – combatterò perché questa Gomorra cessi di essere tale, ma mi chiedo se capiranno; se sapranno smettere di implorare ciò che giunge loro di diritto, se sapranno amarsi. Sì. Noi pochi - noi banda di fratelli - siedere in cima al mondo. Noi scriveremo, bestemmieremo, scandalizzeremo, imprecheremo, faremo a pugni, piangeremo, rideremo, dormiremo senza ottenere riposo, passeremo notti insonni, danzeremo, ci siederemo, accuseremo, difenderemo. Vivremo; e tutto per questo sogno ineffabile; noi lottiamo per il sogno di una cosa. Ti approvo, amico mio: ci sporcheremo le mani con il sangue del mondo; e lui se ne fregherà. E noi con lui. Se si è intellettuali, si è sempre carnefici.

Un giorno, le nostre parole usciranno – prorompenti – dalle tombe e canzoneranno il mondo e il suo vivere, che noi abbiamo già visto, analizzato, sviscerato, deriso; e allora ci vedranno. E allora, si pentiranno. E allora, la stirpe dei carnefici si sarà estinta da lungo tempo.

Un solo augurio alla fine di questa patetica omelia, amico mio: possa ogni cosa bruciare in un unico istante, come il tuo corpo in questa fiamma, una fimma di convulso e irragionevole affetto. Perché questo è il meglio che possiamo augurarci. Io. Tu. Noi. Il Mondo.”

Zippo che cade.

Acceso.



Michele Dubini

29 luglio 2010

Il Consumismo della Croce

Non mi accanirò più di tanto su un argomento che è stato in lungo e in largo trattato, sviscerato, analizzato. Deturpato, stuprato. Troppe volte. Ma tuttavia ritengo l’eterno nodo della laicità uno delle prove più balzanti del totale e deprimente fallimento ideologico di questa presunta destra. Anzi: ritengo la Croce il fallimento di un intero popolo, lacerato e bruttato definitivamente dagli influssi malefici dei valori dell’anticultura e della televisione. Non posso fare a meno di levare la mia puerile voce nel denunciare questo dolore. L’ostentazione della Croce – a conti fatti - non è che un voyeurismo depravante e deplorevole; un monito assai calzante per il Medioevo (dove, non di rado, le Croci erano incise sull’elsa della Spade) o in grandissima parte del Novecento, dove l’ignoranza dilagante necessitava di un simbolo trascendentale e non-criticabile. Un velo di autorità non squarciabile, dove ogni domanda è rigorosamente vietata dal sacer che avvolge la Croce, come un sottile ma inequivocabile Velo di Maya.

Oggi, un popolo normale – conscio della propria cultura e della propria dignità - rimetterebbe la Croce nei luoghi a lei adibiti; e dirò di più: non lo farebbe tanto per “rifiuto religioso”, quanto per rispetto alla sacralità e all’importanza del simbolo stesso.

Se vogliamo dare un taglio politico alla faccenda, il crocefisso è uno (se non il) dei smascheramenti definitivi a una destra liberale che di liberal possiede unicamente l’invettiva (ma cafona e troglodita) e lo sfarzo degli ultimi Imperatori Romani (che davanti all’avanzare del decadimento spendevano sesterzi in vino e puttane). Questo fallimento è – tristemente – di matrice generazionale e mi porta quindi a pensare che nulla muterà, nel futuro: una destra liberal-ghibellina non è mai esistita, in Italia. Non c’è mai stata una Cultura che permettesse il nascere di una consapevolezza nazionale (ma non nazionalistica) e identitaria (ma non fascista): una vera Destra, insomma. L’unica espressione di destra – in Italia - fu la rozzezza animalesca del fascismo e il doppiopetto “Dio-Patria-Famiglia” di Almirante e camicie nere appresso, che scandalizzerebbe e farebbe orrore a ogni Conservatore degno di tale titolo. Non ho mai nutrito grandi speranze nei partiti attuali che osano definirsi di “destra”, i quali hanno fatto proprie posizioni etiche clerical-consumistiche che delegittimano – di fatto – l’intero Parlamento. Non sarebbe sbagliato parlare di un Golpe dove una “materia” viene decisa al di fuori dei rami istituzionali e sulla base di decisioni prescrittive e riguardanti la dimensione interiore di alcuni individui.

La colpa è come sempre - nostra. In verità, la laicità non è mai stata tradita perché è stata rifiutata a priori; la laicità è – e rimarrà – un concetto da elite, da intellettuali; la gente, la massa, il popolo non conosce la laicità. Per loro non è mai esistita perché non gli interessa conoscerla. Con tutti gli effetti terribili e devastanti che questa scelta comporta. Per coloro che invece si interrogano, che vogliono porre queste assillanti domande e che non vogliono certezze asettiche (e sono queste le elite a cui mi rivolgo), la laicità è un qualcosa di vivo e costante. Il Paese è dunque spaccato in due; le “elite” che si rivolgono ad una laicità “europea”, disponibile quanto ferma, e una massa ondeggiante – violenta, rozza e superficiale – che preferisce non porsi nemmeno il problema; la popolazione è dunque catturata da un oblio costante; un rintontimento colpevole quanto inevitabile.

Questa società – lo ripeto - per non farsi le domande, ha voluto nascondere gli interrogativi stessi; la televisioni e tutti i mezzi del consumismo hanno intrappolato e distrutto le coscienze particolari e le opinioni dei singoli, concretizzando o un conformismo terribile ed agghiacciante. Qualcosa che nemmeno il fascismo era riuscito a raggiungere. In questo sono fermamente e tenacemente dalla parte di Pasolini quand’egli afferma “Non c’è nulla di più terribile della banalissima televisione”. Allo stesso modo, quando parla della civiltà dei consumi. Oggi – a 30 anni di distanza – mi rendo terribilmente conto che il punto di non-ritorno è stato ampiamente ed abbondantemente superato.

Il consumismo ha colpito il crocefisso in modo inequivocabile. Negarlo sarebbe ridicolo; troviamo il volto del Cristo ovunque: croci di legno, plastica, metallo, nickel, alluminio, ferro. La religione è venduta ed esposta, come la merce al supermercato; perché questo? Cosa spinge a mostrare con una così sottile ferocia la sofferenza della Croce (facendola passare per “sofferenza misericordiosa”. Il Cristo non aveva nulla di misericordioso nella sua sofferenza. Soffriva. E basta. E il suo desiderio non era quello di essere ricordato per il suo dolore)?

La risposta è terribilmente semplice; il Cristianesimo è come gli Indiani d’America. Sperduto, annichilito, piegato, spezzato. Il mondo quotidiano del consumismo ha esportato un modello di Uomo e di Donna che – pur andando la domenica a messa (in macchina) – non ha di che preoccuparsi di Dio. L’Italiano – fedele alla religione del consumare – ha capito da mezzo secolo di poter vivere senza Dio; il che sarebbe positivo, se solo egli riuscisse a prendere atto della sua piena dignità e della sua potenzialità, del suo slancio vitale. Invece di piegarsi alla nuova religione del Dio Consumo. Ma per tornare all’argomento originario, la Chiesa è agonizzante; sono sempre più convinto che tutti – in cuor loro – siano consci di questa ovvietà; Benedetto XVI lo sa, ovviamente. Ogni volta che parla, indossa la tragica maschera della comica menzogna, e cerca (nascondendo sotto una patina di oro e sacralità una disperazione lacerante) di evocare le ombre del primo Novecento (basti pensare a suoi agghiaccianti e insensibili proclami sull’omosessualità), quasi a riportare in auge un clima in cui la Chiesa ha – e naturalmente, aggiungo io – dominato a mani basse. Ma oggi questo schema non può più funzionare.

La società italiana è riuscita a prendere il peggio della laicité e del consumismo, creando dei veri mostri. Invece di rimuovere il Crocefisso dai muri e consacrare se stessi come “Uomini” nel senso più umanistico e orgoglioso del termine, hanno preferito rifuggire questa possibilità come gli scarafaggi rifuggono la luce del sole. Siamo e rimarremo una terra di infanti, affamati, ladri, bigotti, corrotti; l’Assurda dicotomia sacro-profano che la Croce stessa rappresenta ne è la più grande testimonianza. Sia chiaro: non sarò certo io a formulare una difesa della Croce o della Chiesa. Il piegarsi davanti alla Croce rappresenta un insulto verso la vita. Significa rinunciare alla Vita e sacrificare l’esistenza in nome di un’altra esistenza; è un rigetto costante e agghiacciante della propria “potenza” di vita, un'immersione luttuosa e sconsolante nei fumi stordenti della consolazione esistenziale.

Ma ancora più insultante è l’abuso di un simbolo che – per sua natura – deve essere esposto solo nei luoghi adibiti. Per rispetto a coloro che desiderano inginocchiarsi. La dimensione in cui muovo questo tipo di protesta è tutto fuorché anticlericale (anzi). E – lo ripeto – sono coloro che urlano e strepitano paonazzi in difesa della Croce che dovrebbero essere in prima fila in questa battaglia; non gli atei.

Ma purtroppo c’è chi confonde il termine “cristiano” con il termine “cattolico” o che – ancor peggio – antepongono il secondo al primo.





Michele Dubini

27 luglio 2010

Ho sempre amato odiare il Sole

Comincia sempre così la mattina. Con il tappetino del bagno a fissarmi, mentre mi rilasso con la mia cagata mattutina. Un tappetino verde, sporco e sfilacciato che mi guarda e mi chiede che senso ha alzarsi prima di mezzogiorno e affrontare il mondo. Un tappetino che mi chiede quale sia il senso del mondo e della mia vita; a volte penso che la risposta risieda nella cagata stessa, ma forse è meglio non pensarci. Mi alzai e ascoltando la sinfonia angelica dello sciacquone mi tirai su i pantaloni, armeggiando pigramente con la cintura.

Mi preparai ed uscii per andare a comprarmi il giornale. Un raggio di sole colpì i miei occhi intorpiditi dal sonno e dalla sbornia non ancora mandata giù del tutto, assalendomi con dolore e scatenandomi un conato di vomito e di rifiuto. Il mondo è cattivo. Il mondo ti prende sempre il culo. Adora farlo. Abbassai gli occhi come uno scarafaggio impaurito e balbettante, e cominciai a muovermi lentamente lungo il vialetto. Un giorno – pensai – quella palla infuocata ci brucerà tutti e – per dio - sarà davvero una giornata niente male. Almeno, smetteremo di abbassare gli occhi. I cadaveri – si sa – fissano sempre il cielo, con un sorriso di stupida eloquenza stampato sulle labbra.

La mattinata intanto stava andando come al solito, senza grosse novità. I soliti quattro ubriachi al baretto, brutte facce che passavano per la strada, prostitute che – finito il loro turno – aspettavano alla fermata del bus, tristezza nascosta per adattarsi alla gioiosa luce del dì, sigaretta fumate e poi uccise, caffè trangugiati come elisir di vita e morte. Il giornalaio mi aspettava come il mio personale Caronte, unico lusso del mio inferno quotidiano.

Scelsi un giornale a caso. Non mi importa più di tanto, solitamente. Mi basta dare l’impressione di essere intelligente, ma chissà perché non funziona mai. Solo a leggere la prima pagina mi viene da ridere, e non fa molto da intelligenti ridere a un titolo che dice pressappoco: “Famiglia morta ammazzata”. Al massimo fa da figli di puttana, ma non ho neanche il coraggio di essere quello, figurarsi l’intelligenza. Feci finta di leggermi il mio ammasso di carta straccia, sotto l’aroma di caffè e dolore e circondato da bestemmie ridenti. Così passano le mie domeniche mattina. Alla fine mi alzai e me ne andai, per fare una bella passeggiata al sole.

Di lì a poco distava un campo abbandonato. Decisi di andare a farmi un giro.

Mi tolsi la giacca mentre camminavo. Ero lì, solo e con me stesso, a ragionare su cosa fare per tirare sera, quando vidi una dolce famigliola intenta a ridere e mangiare. Era una famiglia davvero bella e toccante. Erano lì, stesi sull’erba verde, su una tovaglia rossa che aveva la profondità della bellezza e su cui erano disposti – come doni venuti dal cielo – dolci e pietanze di ogni tipo. Avevano una bambina bellissima, coi capelli del colore del bronzo, che si divertiva a far volare l’aquilone. Ma in me non suscitavano niente.

Sentivo piuttosto l’orrore. L’orrore per quello che sarebbero diventati. L’orrore per quei corpi di carne, così impudentemente svelati e stuprati dalla luce solare, costretti a costruirsi una maschera di svilente vita nel tentativo di combattere la depressione incalzante del deperimento. Chi mi assicurava che quel dolce maritino non andasse a puttane, che non si facesse succhiare il cazzo da Jacqueline, il trans della strada dietro casa mia? E quei bambini? Che futuro avrebbero avuto quei bambini? Sono sempre loro che ci andavano di mezzo, sono sempre i bambini - gli innocenti - a pagare. Ma esistono davvero innocenti? Continuai a camminare, fissando gli impietosi steli dell’erba, che mi parevano tante spine su cui si era tutti costretti a danzare sino all’infinito, in un vortice di carne e follia. Sono cresciuti nutrendosi della merda e dei cadaveri, e succhieranno anche la nostra stessa linfa vitale, la nostra merda. Siamo tutti vacche grasse e tutto il nostro progresso servirà solo a farci divorare dalla natura.
Amen.

La bambina mi sorrise. Me la immaginai vecchia. Senza denti, con le tette mosce, abbandonata, umiliata, lasciata a morire con i propri sogni irrealizzati. Il mondo era davvero per i figli di puttana. Per i credenti. Per quelli con una via d’uscita sicura, per quelli con l’assicurazione sanitaria, per quelli che si accontentavano di certezze. Certezze. La gente che non ha queste certezze solitamente è distrutta; senza speranza. Senza niente, se non la voglia di andare avanti impetuosamente e levando i pugni, infrangendo tutti i limiti e sfidando glacialmente il silenzio della notte. Determinati, pazzi, incazzati o tutto insieme. Sì, tutto insieme. Voi avrete visto gente simile, con quegli occhi di un ghiaccio bollente, con quell’espressione sorridente e al contempo coraggiosa; li riconosci subito. Sanno di essere dei falliti dell'esistenza, di non avere il biglietto dei Credenti, dei Sicuri. Ma non si arrendono mai. Ne avrete viste tante, di quelle facce.
Io ho visto la mia.

Chissà che fine farà quella ragazzina. Vivrà senza pensieri, fottendosene della miseria e della disperazione, e quando avrà un brutto pensiero lo affogherà in simpatie politiche o certezze smontabili e garantite. E continuavo a starmene lì, a immaginare di una vita e a rendermi conto della follia della mia, dell’impetuo traboccare del mio essere, del mio danzare incessante. E il tempo passava, passava, passava. Passava lento, come la merda trascinata sulla cristallina e rilucente acqua di un fiume.

E improvvisamente divenni sereno. Lieto. Avevo capito. In questa campagna nera di sole, ogni passo che faremo la disperazione rimarrà disperazione. Il mondo esploderà in un fragore di mille stelle e canti, i nostri corpi morti daranno vita e linfa a quei giocosi fiori blu belli come gli occhi del Cielo, i giorni passeranno e noi moriremo tutti in una soave e continua apocalisse dei corpi. C'è così tanta bellezza in questo mondo senza Dèi Bastardi e senza Ragione-Ultima-Del-Mio-Caz
zo, così tanta che nessuno riuscirà mai ad abbracciarla, a capirla, ad amarla; fatti spezzare e distruggere dal mondo se vuoi vivere per un solo attimo e ancora, e ancora, e ancora.

Poi sono tornato a casa e ho scritto questo racconto e ho pensato che le giornate di sole mi mettono sempre di cattivo umore.

E voi che ci fate ancora qui?

Finirete per scottarvi.
A meno che non siate delle fottute lucertole a sangue freddo.

In tal caso, meglio per voi. Meno sofferenza.
Ma meno divertimento.



Michele Dubini

Il pavone irridente

Mi grattai la testa, perplesso. Non sarebbe dovuta andare così. Voglio dire: non è mai andata così, diamine! Stavolta mi sono lasciato prendere la mano; che sia stata colpa dell’alcool? Quando bevo penso e quando penso compio cose raccapriccianti. Pensare è un chiaro sinonimo di colpevolezza, maledizione!

Chissà come sciacquerò via tutto quel sangue e quella piscia che mi ha lasciato sul divano quel povero diavolo; puzza da morire, cristo. E pensare che era il mio divano preferito. Verde come erba a primavera; odorava sempre di borotalco e viole. Ora puzza di merda cotta su un fornello, con un vago retrogusto di formaggio scaduto. Sempre meglio di niente, direte voi. Almeno tu ce l’hai un fottuto divano, bastardo.

“Coglione” - dissi rivolto alla massa putrescente che giaceva come una bambola spezzata su quello che un tempo fu il mio celestiale prato di tela - “la colpa è tua che mi chiedevi l’affitto troppe volte al mese. Cristo, ti è venuto quel che ti meritavi. Strozzino di merda, ora vai a ciucciare cazzi all’inferno”.

Mi sedetti al tavolo e mi versai da bere. Bevo sempre quando devo convincermi di essere io, quello buono. Subito sputai schifato il liquore, assalito da un improvviso conato di vomito misto a vertigini: tracannare alcool e cenere tutti insieme fanno davvero girare la testa, credetemi. Bestemmiai rumorosamente piegato in due, tenendomi con una mano la testa; il cervello implorava pietà, il mondo stava esplodendo (o era già esploso? O doveva ancora succedere?) in un conflitto nucleare, mia moglie se ne era andata di casa tre giorni fa, avevo un cadavere mezzo squartato sul divano e tutto quello che sapevo fare era bere, fumare e piagnucolare come una ragazzina con il mestruo. Ah no, ora che ci penso sapevo anche cagare benissimo. Cagate colossali, ve lo assicuro. E dipingevo. Dipingevo sui muri (sui quadri no, fa da checche bohemien), con quelle bombolette spray da quattro soldi che vendono ai colorifici dei cinesi e che irritano occhi e pelle. La mia è arte, cazzo. Per l’arte si fa di tutto, giusto? Ci si toglie il cibo di bocca, si fanno sacrifici, si soffre. Si uccide. Quel coglione si credeva intelligente, lui e il suo cazzo di “regolamento condominiale”; già, già, ma ora l’avevo sistemato. Glielo avevo inserito nel culo quel cazzo di regolamento, nel culo! Su, su, su fino a toccare le più alte cime dell’intestino tenue. Dopotutto, sono un duro. Poi sono passato al resto del corpo; mentirei se dicessi di essere stato meticoloso o artistico nella mia opera di mattanza. Le migliori creazioni nascono dalla spontaneità. L’unica cosa che mi importava era che quel pezzo di merda minacciava di sfrattarmi perché non pagavo l’affitto (una ladrata di affitto, davvero!) e “imbrattavo i muri”. Io “imbrattare i muri”! Io! Io sono un artista! Non poteva trattami così, NON POTEVA! All’inizio volevo solo parlarci, solo spiegargli il mio punto di vista, fargli comprendere la mia arte, il mio bisogno di amare. Lo amai troppo fortemente, così fortemente da perdere la calma. Non è colpa mia. Non è colpa mia.

“Non è colpa mia! NO NO NO NO NO! Urlava, diceva che aveva bisogno quei soldi per i suoi bambini! Quel drogato del cazzo! Lo sai anche tu, lo sai!” puntai minaccioso un dito al muro, addobbato del mio ultimo murales; un pavone enorme contornato da mille colori. “Dai fratello, quello lì prendeva i soldi per DROGARSI. Un reietto in meno, forza, dimentichiamolo. Fratello Pavone, dimentichiamolo!”

Già. Dimentichiamolo. Si dimentica tutto in fretta, soprattutto le persone. Perché sprecare energie a pentirsi o a soffrire, quando puoi sfruttarle per sbagliare ancora, ancora e ancora? Stava per cadere l’atomica e tutti avevano dimenticato di sopravvivere, di vivere con coraggio, di evitare il disastro. Eccomi qua, in questo buco da quattro soldi – sporco e senza denaro - a bere alcool misto a cenere, mentre la desolazione dell’atomica che verrà mi guarda dentro, mi scruta, mi lacera in due. Sono un fottuto eroe; ho ammazzato un drogato di merda e ho appena lasciato tre bambini sulla strada. Ehi, non temete per loro; diventeranno drogati, verranno uccisi, avranno figli, ricomincerà da capo e il cerchio non avrà mai fine, baby. Domani passo a ritirare la mia stelletta da sceriffo, yabba yabba hei!

Tirai giù una sorsata, brindando insieme al mio amico Pavone. Oramai la cenere non si sentiva più. Sentivo solo un cazzo di nodo alla gola; ora gli volevo bene. Che strano. Prima lo odiavo. Ora era morto e lo amavo. Amavo lui e ogni singolo pezzo del mio appartamento, ogni fibra della natura, ogni pezzo di maceria che faceva da panorama alla mia finestra, tutti quei cadaveri con la bocca spalancata e l’alito puzzolente, quel cadavere lì, sul mio divano, con gli intestini e la merda di fuori, quei bambini che ho mandato a morire, le mie bombolette vuote, il Pavone Irridente che mi sorrideva dal muro. Li amavo tutti e soffrivo come un cane bastonato, lasciato in un autogrill, condannato a morire. Forse quel cane bastonato è l’intera umanità, chissà.

Finii la mia bottiglia. Mi chinai verso il cadavere e i suo intestini. Ero anche io così? Una sacca di sangue, ossa, carne, polpa e merda? Il pavone mi guardò, e pareva parlasse: mi chiese che senso ha vivere per finire sgozzati su un divano con un colore di così cattivo gusto. Non gli risposi. D’altronde, è difficile rispondere a domande che non hanno risposta. E poi la faceva facile; almeno ce l’aveva – lui - un cazzo di senso, in questa storia universale di delitti e sangue.

Stringendo il coltello in mano mi fumai una sigaretta, così, tanto per fare. Avevo letto da qualche parte che i duri stringevano sempre una sigaretta fra le dita. “Forse potrei chiamare qualcuno” dissi sempre rivolto all’eloquente – ma al contempo silenzioso - pavone “forse” - mi rispose lui -“hai idee?”. Ci pensai. Chi potevo chiamare per aiutarmi? Con chi mi sarebbe davvero piaciuto morire? Con nessuno ovviamente. Già mi stavo antipatico io, figurarsi gli altri. Allora sì che sarebbero stati guai, guai grossissimi.

Alla fine, mentre mi ficcavo il coltello in gola, il caro pavone mi sorrise quieto, agitando le ali e turbinando fra i miei murales in una tempesta di colori. La sigaretta cadde sul tappeto lacero e tutto sembrava così bello, così perfetto.

Mentre i miei occhi si annebbiarono per il sangue e la testa cominciò a farsi leggera, vidi per un lunghissimo istante qualcosa volteggiare soavemente nell’aria; una piuma blu, leggera e soffice come la pioggia primaverile, protesa ad abbracciare il mio volto, carezza di un Pavone infingardo e bastardo. Forse fu solo per la calda urina che scorreva copiosa sulla mia coscia sinistra, ma riuscì ad abbozzare un sorriso da ebete.

“Crepa, figlio di puttana.” proclamammo all’unisono.

Fu in quel momento che il mondo terminò e l’Atomica esplose per davvero.




Michele Dubini

Le poesie di Michele Dubini

Andiamo con gioia a pubblicare due opere scritte dal nostro Michele Dubini.
Buona lettura






Il miracolo della vita


Mi degusto una confezione di bresaola
affumicata
zeppa di coloranti e filacciosa,
fredda e nauseabonda
come una sbornia uscita male.

Nutrirsi.
Polverizzare un altro corpo
in un turbinare di denti battenti,
impietosi come i terribili tamburi della guerra.

Dammi il mio odiato pane cotidiano;
fammi scorgere nuovi orizzonti,
cadere oltre la soglia dell'inimmaginabile,
conquistare ogni centimetro di terra,
aspettare con le mani in tasca
la nave che verrà.

Il miracolo della vita
è la distruzione passiva ed apatica
di una scrofa che si rotolava beatamente
nella merda.



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La ricerca della serenità


Mi sono seduto e ho pensato
gettando via il mozzicone
del mio passato

Subito mi sono accanito su un foglio bianco
così schifosamente innocente
così schifosamente candido

Piccola pulcina bionda
che di fiumi e rose acconciavi i tuoi capelli,
Piccola anticonformista
che ascolti i Baustelle e i canti di ribellione,
Piccola artista
con bombolette e piercing,
Piccola dura
di delicato cristallo

Ti ho sempre seguita da lontano
sfidando la tua indifferenza con il mio acuto silenzio
ed ho capito che con te rifarei
tutti gli errori che ho fatto
e che non ho potuto fare
gustandomeli
tutti

Non ci siamo incontrati come speravo
ma dopotutto il sole e la luna
hanno continuato a risplendere
ignari del mio non saper cantare
o ballare

Un giorno troverò il coraggio di inviarti quella lettera morta nel mio cassetto
ti farai due risate
e io con te
e mi insulterai
e io con te
e non mi sopporterai
e io con te
e mi odierai
e io con te

Ma per fortuna tutto andrà avanti
la gente nascerà e morirà
e l'umanità sarà sempre qui
su questo pianeta
come una sporca sanguisuga
senza culo
senza anima

Tanti piccoli vermi
Incapaci ad odiare
Incapaci ad amare
senza esprimere un fermo giudizio.

E quindi ho fatto l’unica cosa che sono in grado di fare:

Mi sono seduto e ho pensato.



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