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27 maggio 2013

Coacervo emozionale

Animo occhi impazziti nel percepire tutto ciò che mi sta intorno.
Badate bene però, non parlo di ciò che è chiaramente visibile bensì di quel che più semplicemente è percepibile.
Così guardo quella donna col viso segnato dal tempo e dal dolore,  intuendone le difficoltà emotive, forse legate a passate relazioni affettive.
Osservo quel bambino che viene tenuto per mano e comprendo la sua innocente e sincera eccitazione per la crescita.
Squadro dalla testa ai piedi quell’anziano col sacchetto della spesa, gli occhi spenti e la postura rivolta verso il basso, che mi fa intuire quanto pesi a quella persona non aver ottenuto la dovuta gratificazione alle fatiche della vita cui si è giocoforza sottoposto.
Ogni tanto poi mi capita di fermarmi, spaventato dalla dea Supponenza, che mi osserva con occhi vitrei e minaccia di entrare a far parte di te quando meno me lo aspetto.
E così, con tutta la volontà di cui sono in possesso la rifiuto, la respingo, in qualche modo mi convinco di non esser spinto da desideri di stampo megalomane e pretenzioso, ma dal più semplice e modesto “placido osservare”, non do adito a giudizi morali e mi mantengo piuttosto in equilibrio sul sottile filo dell’onesta constatazione.
E nel momento in cui mi ritrovo ad elaborare questi pensieri, continuando ad osservare tutti coloro che mi passano attorno ma con l’intuizione mutata dai miei pseudo ragionamenti, capisco di essere io quello che viene realmente osservato.
E’ una percezione orribile, decine di occhi assenti mi guardano ogni giorno, senza emettere alcun tipo di intuizione ma solo orribili lacrime chiare, brillanti, cariche di sentimento e di amaro dolore
E nel mio raggio visivo limitato dall’impossibilità di muovere la testa, riesco solo parzialmente ad osservare l’uomo in camice bianco che si avvicina alla mia destra catalizzando l’attenzione degli astanti.
Credo di udire un click. Poi, il buio.


Andrea Bidin

15 settembre 2010

Estenuante percettività

La brezza mattutina è una sensazione che definire piacevole è quasi riduttivo; l’aria che colpisce con delicatezza il tuo viso mentre passeggi per le vie del paese ancora assonnato è un qualcosa di impagabile.
E’ con l’obbiettivo di provare tutto ciò che quella mattina mi son diretto nella piazza del paese: il tempo era uggioso e malinconico, una dolce pioggerella accarezzava le mura di un luogo addormentato. Erano le sei del mattino, giusto qualche camion di passaggio rompeva il dolce equilibrio che tiene sospesi il buio della notte e la luce del giorno.
Sapevo che se si fosse svegliata in anticipo mia moglie si sarebbe infuriata: mi trovavo in quel luogo senza ombrello e ad un orario per lei inconcepibile. Un brivido d’insofferenza mi percorse il corpo mentre con la mente mi imponevo di fregarmene altamente e di dar importanza solo alle sensazioni che stavo provando. In fondo ero pur sempre uno scrittore, e sentivo prepotente in me il bisogno di vivere sulla pelle emozioni che potessero regalarmi una qualche ispirazione. 

Già, non ero uno di quei scrittori che puntano la sveglia per lavorare tre ore la mattina e tre il pomeriggio, schematicamente, come fossero in un qualunque ufficio.
Quell’idea mi si fissò nella mente dopo aver ascoltato un programma radiofonico durante il quale avevano intervistato un famoso scrittore: egli dichiarò placidamente che per scrivere un libro ogni anno e mezzo circa fosse necessario avere metodo e spirito di abnegazione. Solo in quella maniera era riuscito a creare delle storie interessanti in così breve tempo. Per lui scrivere era prima di tutto un lavoro, dunque quella meticolosità era assolutamente giustificata. Anzi, necessaria.
Avevo letto un paio dei suoi libri più acclamati dalla critica: a mio parere non erano nulla d’eccezionale, ma forse era solo quel pacato senso d’invidia che non mi abbandonava mai mentre leggevo le sue opere a farmi ragionare così. Forse dovevo semplicemente ammettere con rispetto ed umiltà che ognuno lavora a modo suo, e che ogni creazione va rispettata, di qualità o meno che sia.
Decisi di accettare la situazione senza piegarmi ad essa.
Già, perché probabilmente per ribellione al senso di dovere implicitamente legato ad un’attività lavorativa, o forse per non rovinare la percezione che avevo dello scrivere, non mi imposi mai di mettermi seduto ad una scrivania con quell’intento, a meno che non fossi stato spinto da un genuino senso d’ispirazione, ovviamente.
Immerso nei miei pensieri non mi accorsi che nel frattempo aveva cominciato a piovere con maggiore insistenza; erano quasi le sette del mattino, ed il paese si stava pian piano risvegliando, pronto per una nuova giornata dedicata al lavoro ed impregnata di stress emotivo.
In fondo mi ritenevo fortunato: il non dover rispondere a nessuno del mio lavoro era una possibilità che ben poche persone si potevano permettere. I libri che vendevo erano spesso in cima alle classifiche nazionali di vendita, ed i soldi certo non mi mancavano.
Mi vien da ridere pensando a quanto spesso sia denigrato quel che non riesco a definire “il mio mestiere”. Tutti che criticano i guadagni degli scrittori, come se dar sfogo alla propria immaginazione aprendo il cuore e la mente ai sentimenti fosse alla portata di tutti.
Illusi.

Mentre mi infervoravo con sempre maggior intensità, mi resi conto di esser rientrato nel vortice dei pensieri razionali, e decisi di smetterla definitivamente dal momento che non mi ero alzato alle sei del mattino per impegolarmi in questioni di quel genere.
Camminai in direzione del parco, nonostante la pioggia che cadeva copiosa ed il cielo minaccioso quel luogo emanava un non so che di immaginifico. Fiducioso di poter trovare ispirazione attraversandolo, entrai dentro di esso.
I miei occhi si posavano ora su quel gelsomino fradicio, ora su quell’abete ormai privo di foglie a causa dell’autunno inoltrato nel quale ci trovavamo.
All’improvviso la suoneria del cellulare interruppe quello scambio di emozioni tra me e la natura: era mia moglie che mi cercava, spaventata nel non avermi trovato ancora addormentato nel letto. Le risposi che l’avrei raggiunta subito cercando di smorzare un moto di rabbia che all’improvviso s’insinuò nel mio stomaco e cominciò a spingere con foga in direzione della gola.
Chiusi la chiamata premendo intensamente il pulsante adibito a tale azione sul cellulare. 

E mentre uscivo dal parco qualcosa mi attraversò come un fulmine la mente. L’idea per un racconto, o meglio, l’emozione che mi avrebbe poi permesso di scrivere un racconto attorno ad essa. Eccola la tanto bramata ispirazione: non dovevo perdere tempo. Accelerai il passo per raggiungere il più in fretta possibile il mio computer, bagnandomi totalmente a causa dell’intensità ormai elevata della pioggia.
Un paio di vicini mi salutarono timidamente, vedendomi così impegnato nella corsa. Ricambiai con un cenno del capo ed un gesto con la mano, non volevo perdere quella sensazione passeggera che aveva generosamente fatto una sosta dentro di me.

Quando entrai in casa mia moglie non si meravigliò di vedermi correre al pc, ed urlandomi dietro per non essermi nemmeno spogliato e quindi aver bagnato ovunque, accesi il computer dopo essermi seduto sulla mia fidata poltrona. I secondi che intercorsero tra l’avvio del programma di scrittura e l’accensione del pc furono interminabili. Una dose massiccia di idee mi attraversò il cervello ad una tale velocità che , sfruttando un blocco note presente sulla scrivania, riuscii ad annotarmi solo i dettagli più rilevanti come promemoria.
Il suono emesso dalle casse del computer mi avvertì che il programma era pronto ad immagazzinare dati, abbandonai la matita e cominciai subito a scrivere.
Le idee mi venivan di getto,così decisi di scriverle il più velocemente possibile sul foglio elettronico per poi poterle rielaborare in seguito.
Ogni tanto mi fermavo per rileggerle, erano già almeno una decina e l’ultima decisamente non mi piaceva, così la cancellai e mi resi conto di essermi dimenticato un passaggio importante legato alla frase precedente.
Era la foga dello scrittore. Di questo scrittore. Di me. Francamente non so quanti altri matti possano esserci in giro paragonabili al sottoscritto.
In quegli attimi che poi si sarebbero tramutati in minuti ed ore, tutto ciò che mi circondava non esisteva. Ero immerso in quel che la mia mente ricreava ed il mio corpo percepiva. Le dita erano un tutt’uno con la tastiera e pigiavano sui tasti ad una velocità tale che i polpastrelli mi dolevano sempre più, ed i gomiti appoggiati sul legno della scrivania mi bruciavano a causa del continuo strisciare su di essa.
Esaurii le idee, nella mia mente non v’era più niente che valesse la pena annotare. Ripresi un secondo il fiato, senza rendermene conto dovevo esser rimasto in apnea per almeno tutto l’ultimo minuto, ed il respiro affannato ne rappresentava l’ovvio risultato.
Sapevo quale doveva essere la storia portante di quel racconto breve, e dovevo assolutamente inserire tutte quelle sensazioni dentro di essa. Cominciai a collegare le idee, ad elaborare le emozioni. Ogni tanto mi fermavo a riflettere sull’ultima parola inserita, mi domandavo se si confaceva al contesto, se era scritta correttamente. Più proseguivo e più accadeva, forse era stanchezza, non lo so.
Mia moglie mi chiamò per fare colazione, ma io nemmeno me ne accorsi.
I personaggi cominciavano a vivere di vita propria, io dovevo solo riportare su carta ciò che nella mia mente stavano facendo. Tutto accadeva senza un attimo di tregua, gli eventi si susseguivano con un ritmo sincopato che neanche il miglior dattilografo della nazione sarebbe riuscito a reggere.

Avevo ormai scritto diverse pagine e non avevo trovato una conclusione. Ma non me ne preoccupavo. Nella mia metodologia di scrittura non v’era posto per la programmazione degli eventi. Tutto ciò che contava era ricevere l’ispirazione, dopodiché sarebbe stata lei a guidarmi: ed è quello che stava appunto facendo. La storia si dipanava a video seguendo la sua logica, non la mia. Io ero uno spettatore attivo del racconto.

Passarono i minuti, mia moglie uscì per andare a fare un po’ di spesa, la pioggia aumentò ancora d’intensità: me ne accorsi in quanto la finestra sbatté violentemente a causa della corrente. Mi alzai per andarla a chiudere e nel frattempo cercai di mantenere dentro me quel sentimento che non mi stava fortunatamente abbandonando. La minima distrazione avrebbe potuto farmi perdere il filo di un discorso che esisteva dentro me e stava entrando in quel foglio elettronico senza indugi. Tornai a sedermi alla scrivania e ripresi a scrivere, mancava solo la conclusione della mia storia e non dovevo assolutamente mollare. Ero davvero stanco, fisicamente e soprattutto mentalmente, ma non potevo permettermi rallentamenti.
Scrissi con una certa emozione l’evento che andava praticamente a concludere la storia.
Osservai quell’ultimo capitolo del racconto con l’espressione critica di chi almeno in apparenza non è soddisfatto di quanto ha appena realizzato. Salvai il lavoro svolto ed accesi la stampante per riportarlo su carta. Mi alzai dalla sedia e tornai alla finestra: soffermai lo sguardo sul paese avvolto nella nebbia e colpito dalla pioggia,non c’era nessuno in giro; il freddo riuscivo a percepirlo con il semplice sguardo, il senso di solitudine non avevo nemmeno il bisogno d’osservarlo per sentirlo tutto intorno a me.
La stampante finì il proprio lavoro, presi in mano il frutto della mia ispirazione e cominciai a leggerlo sedendomi sulla poltrona in salotto. Più proseguivo nella lettura e più il mio fisico mi dava segnali d’insoddisfazione: non mi piaceva quanto avevo scritto, salvo forse alcuni momenti particolari del racconto, colmi di pathos e coinvolgimento.
In un primo momento non mi meravigliai della mia reazione negativa: spesso non ero soddisfatto di quanto realizzavo, eppure i miei libri vendevano in quantità industriale.
Ma quel denaro non riusciva a consolarmi.
C’è un sottile filo di demarcazione che divide il guadagno ottenuto da un lavoro e la soddisfazione ricevuta dallo stesso: per tante persone questo filo non esiste proprio, ma per un artista in genere esso rappresenta una specie di iattura. Già, perché è il confine tra la felicità smodata e l’insoddisfazione sfrenata. Ne ero consapevole, eppure non riuscivo in alcun modo ad eliminarlo dalla mia vita. Chissà, forse il mio animo ci si era affezionato.

Mia moglie rientrò nel frattempo dal supermercato. Mi vide seduto a leggere la mia creazione e non volle disturbarmi. Solo quando lo vide appoggiato sulla scrivania mi chiese se poteva leggerlo. Non mi opposi. Per quanto non fossi soddisfatto mi piaceva avere un parere dalla persona che amavo.
Certo, ero consapevole del fatto che il suo giudizio poteva non essere totalmente obbiettivo, condizionata com’era dalla nostra relazione. Ma era la prima dei miei fans e non volevo toglierle quel privilegio: ci teneva così tanto.

Passarono un paio d’ore buone, e quand’ebbe finito la lettura, si avvicinò a me sussurrandomi parole dolci nell’orecchio e complimentandosi per quanto ero stato in grado di realizzare. Mi fece notare che si trattava comunque di un’opera breve, più adatta ad un prezzo di copertina economico o eventualmente ad una raccolta di racconti, ma che questo non doveva frenarmi ed anzi avrebbe dovuto spronarmi a scrivere altre opere di quella levatura artistica, non dando troppo peso alla dimensione delle stesse.
Mi faceva tenerezza, davvero credeva fossi così pragmatico e materialista? La cosa non mi sorprese, in fondo era il mio lavoro, e la sua concezione dello stesso era molto più realistica e concreta della mia. Io non riuscivo a vederlo come tale, lavoro fa rima con dovere, ed il senso di dovere è l’assassino dell’ispirazione e della creatività. Non volevo farmi ottenebrare la mente ed il corpo da quell’agente esterno tanto deleterio allo stesso, sebbene comprendessi comunque l’ovvia necessità di continuare ad avere un successo di pubblico e di critica.
Infastidito da quei ragionamenti, decisi di uscire di casa nuovamente. Pioveva a dirotto, ma decisi di non prendere ugualmente l’ombrello, con sommo dispiacere di mia moglie. La sentii quasi imprecare mentre chiudevo il portone che dava sulla strada principale del paese.

Camminai sotto la pioggia, e dopo pochi minuti ero già tutto bagnato. Ciò non mi infastidiva: avevo bisogno di liberarmi della tensione e della frenesia che l’ispirazione mi aveva costretto a vivere completamente. Mia moglie mi osservava dalla finestra, scuotendo la testa. Alzò la cornetta del telefono e chiamò il mio agente. Lo avvisò che il lavoro era pronto e che glielo avrebbe inviato tramite posta elettronica. L’interlocutore gli chiese se aveva letto la mia opera e cosa ne pensava. “Splendido” fu la risposta di mia moglie.
In dieci minuti il racconto era in mano al mio agente, e nel giro di qualche giorno sarebbe stato revisionato dagli editor.
Insoddisfazione. Non esser contenti del proprio operato non è una sensazione piacevole da vivere, non ti completa, non ti rilassa, serve solo a farti vivere male la vita di tutti i giorni, a farti sentire in colpa col mondo intero.
Decido di sedermi su una panchina: si potevano osservare rigagnoli d’acqua scorrere sopra di essa tanto forte era l’intensità della pioggia in quel momento.

Si dice che non sia semplice creare qualcosa e farselo piacere. Si dice che gli altri apprezzino soprattutto ciò che noi non sopportiamo,e che per questo motivo dover continuare a lavorarci sopra possa diventare ancor più estenuante e frustrante. E’ il mestiere dell’artista, come tanti altri impieghi spesso può non piacere, ma non per questo avrei smesso di praticarlo:  avevo bisogno di vivere tutto quello che va a completare l’opera della scrittura, ossia le emozioni, l’ispirazione, la foga, la tensione, il sentirsi completamente rapiti da essa, bella o brutta che possa essere.
Scrivevo per vivere il piacere dello scrivere, piacere personale, piacere che si estendeva a tutti i miei sensi corporei.
Quell’opera non mi aggradava? Non aveva importanza. L’avevo conclusa, mi aveva fatto evadere dalla realtà facendomene vivere una alternativa, modellata completamente da me. Probabilmente l’avevo realizzata talmente bene e rispecchiava così a fondo la società che mi faceva schifo di conseguenza. Quella caratteristica poteva essere un motivo di vanto per molti. Lo era per me. In quel momento nient’altro aveva importanza.
E non scambiatelo per egoismo. Era solo istinto di sopravvivenza.

Cominciai a sentir freddo, così rientrai a casa con passo svelto. Ero stanco, affamato, e necessitavo assolutamente di un divano o di un letto sui quali sdraiarmi e riposare per qualche ora.

Scrivere è davvero faticoso. Vivere la scrittura è spesso e volentieri estenuante. Ma, credo, solo se la si vive così: non accanto ad essa, ma dentro di essa. In questa maniera l’ispirazione e le  conseguenti emozioni non le osservi, le vivi.
Spesso rifletto sul mio mestiere e mi ripeto che il giorno in cui perderò quegli eccezionali momenti di pura estrosità, inventiva, vivida emozionalità, smetterò probabilmente d’essere uno scrittore.
Me lo ripeto, ma non lo accetto, perché non si smette di esser scrittori.

Delle emozioni si vive, dell’estro ci si nutre, l’ispirazione si respira. Tutti più o meno siamo in grado di percepire tutto questo. In pochi sentiamo anche la necessità di esprimerlo e farlo conoscere a chi ci circonda.
E’ la legge della felicità e della sofferenza. E ci impone di dar fisicità a ciò che viviamo in modo che il prossimo possa curarsene e magari difendersi da esso.
E’ un fardello che ci porteremo sempre sulle spalle. E’ quasi un compito idealistico. Un impegno sociale.
Che vi piaccia o meno, scrittori si nasce.

Mi avvicinai all'umida finestra, scostai per l'ennesima volta le tende che la ricoprivano interamente.

Guardai il cielo, e sospirai profondamente.


Andrea Bidin

7 settembre 2010

La Preghiera dei Carnefici



“Cosa vorresti dire con questo – tu – lurido figlio di puttana?”

Presi un lungo respiro prima di rispondere. Abbassai lentamente il capo, scuotendolo appena, come timidamente la sera fanno le fronde degli alberi allo spirare di un vento leggero. I miei fragili occhi si limitavano a fissare la birra nel bicchiere e le bollicine che salivano, salivano, salivano dirette verso il cielo, in un effimero ed eterno canto alcolico. Chissà, chissà cosa avrebbe detto, Chris. Chissà come sarebbe entrato nella conversazione, con il suo sorriso smagliante, i suoi occhi accesi come zaffiri splendenti, i suoi capelli corvini, il suo volto gentile e calmo. Chissà. Lui sapeva. Lui sapeva sempre cosa dire.

Lui sapeva amare tutti. Dare una chance. Una speranza.

Ma Chris se ne era andato. E non sarebbe tornato. Mai. E io non avevo l’altro che l’odio, nelle mie mani che un tempo stringevano l'intera speranza del mondo.

“Voglio dire” - spiccicai lentamente, mentre la mia lingua si impastava - “che è tutto inutile. Tutto.”

Un lungo e terribile attimo di silenzio. E le bollicine smisero di salire. Avrei voluto che questa armonia, questo rumore assordante fosse durato in eterno. Avrei ucciso – ancora – per questa incredibile pace agghiacciante; era la fontana per me - assetato e disperso nel deserto. Non è vero che dando al solitario una compagnia lo farete parlare senza sosta; anzi. Lo mettete a disagio, lo incattivite, lo umiliate, lo fate piangere, lo rendete goffo, brutto e fastidioso. Sputate sul quel poco di dignità che gli è rimasta, su quel brandello di anima che non ha ancora perduto.

“Ma sei scemo?!” – Bang. Tutto distrutto. Un’altra illusione in frantumi. Il Divenire: un’agonia senza fine.

Sorseggiai appena la birra.

“Ma guarda te. Sei proprio un figlio di puttana tu, lo sai? Prendi per il culo la gente che prega, la gente che si fa il culo a quattro, la gente che fa del bene. Guardati. Guardati! Sei qui a sparare sentenze sulla gente che lavora e ha una moglie, mentre tu non fai altro che grattarti il culo. Chi cazzo di credi di essere?”

Bella domanda. Chi ero io? Probabilmente ero davvero un figlio di puttana. Probabilmente non avevo diritto di giudicare. Ma io sapevo. Io sapevo. Non avevo nulla sulla vita di questo individuo medio, delle sue passioni, del suo lavoro, delle sue preferenze alimentari, politiche, sessuali, alcoliche; nulla. Ma io capivo, tutavia. E dunque, sapevo. Capivo - e sapevo - perché sono uno scrittore – e soprattutto perché sono un solitario. Ho visto milioni di spettacoli nella mia vita; ordalie di burattini danzanti e giudizi di morte e vita elargiti con prodiga mano. Io ho visto e ho imparato a mettere ordine in quei puzzle irrisolti della vita, a districare le reti del subconscio, a mettere ordine dove caos ed entropia imperano, a far dipendere ogni istinto da una scelta – fredda, asettica, volontaria. E quindi, so. E dato che so, non riesco a tacere, a fermare il gentile e mortale tratto della mia penna, a interrompere questa impietosa serie di colpi sulla tastiera.

Lo deluderò, non ha scampo. Non ho scampo. In questo momento, lui spera che io risponda con qualcosa che gli dia ragione (la ragione: inerzia della verità!), che chiuda la conversazione, che attesti la mia inferiorità. Inferiorità; un concetto buono per chi ha ancora delle certezze da vendere sul mercato. Io non avevo certezze; avevo solo stanchezza e ossa spezzate. Chris- lui sì -, lui avrebbe trovato una Terza Via. Un sorriso. Una scoperta. Una aurora. Ma io non ero Jack. Non avevo la sua speranza. Non avevo nemmeno l’odio, ora che ci pensavo davvero. Avevo solo una fredda indifferenza. E si mischiava a un silenzioso e pacato – quanto tagliente – disprezzo.

“Ascolta” – dissi lentamente, sempre fissando il bicchiere di vetro – “ma tu ci credi davvero a tutte queste fregnacce?”

Si irritò. Mi feci triste.

“Sì che ci credo, cazzo, ci credo, cazzo! E se non ci credi, come fai a non vedere il bene che c’è nell’umanità, LO SCOPO? Sembri un cazzo di adolescente che gioca a non rispettare le regole.”

Bevvi. In silenzio.

“Perché non rispondi? PERCHE’ TI OSTINI A NON PARLARE, coglione?!”

Adesso tutto il bar si era girato, e ci guardava – mi guardava – con ostilità. Alla gente fa paura la gente che parla. La gente che pensa e che ha idee. Fanno bene: noi intellettuali siamo dei fottuti carnefici. Siederemo in cima al mondo prevedendo il suo ruotare e ci sporcheremo le mani con il suo sangue. Mi alzai e pigramente mi diressi verso l’ingresso sorridendo, mentre quasi parevo fendere le pareti del locale.

“CHE CAZZO C’HAI DA RIDERE, COGLIONE?”

Mi voltai, sempre con il sorriso.

E cominciai ad urlare. Forte. Distinto. Impietoso.

“Pensavo. Pensavo a voi. Tu. Uomo. Voi, che non vi amate ma vi umiliate. Perdete il vostro tempo e il vostro Ego nell’adorazione a Qualcuno e portate quel poco di buono che avete fuori da voi stessi. Vi credete grandi; Credenti; Prescelti. Andate su automobili di classe e mentre vostra moglie prepara la cena si illude di vivere in un'Arcadia piena di affetto, ma il vostro non è Affetto, la vostra non è Vita. Non siete che viscidi vermi, e come bufali calpestate questa terra, spargendo dolore e sgomento a ogni vostro passo, corrompendo la terra dei vostri avi, terra che un tempo regalava meli e peschi e ora piange lacrime di cenere. Espellete dal vostro animo il dolore e la disperazione; vi accontentate di una felicità sbiadita, preferite un grigiore di piacere, un credere sicuro, una vita di assegni in bianco. Quello che commuove, voi lo trasformate in scherno. Quello che fa piangere, in debolezze. Elevate la vostra debolezza e la vostra impotenza perché il vostro livore e il vostro astio non conoscono requie; io lo leggo nei vostri occhi, lo leggo, questo freddo odio che nasce dal CONTEGNO! IL CONTEGNO! Un concetto buono per i figli di buona famiglia, per ripararsi dallo scandalo, dalle dita della disgrazia! E mentre preghi o hai fiducia in un Bene Superiore - nel tuo Contengo magari! - da qualche parte nel mondo c'è chi sta combattendo con spaventose carabine, con le mani incrociate sul petto, visi deturpati dalle granate e dalla rabbia, in preda alla fame, alla sete, alla pazzia. Questa è l’Umanità, divenuta Massa. E voi non siete singoli, ma vermi.”

Mi fermai. Li guardai. Tutti. Uno a uno.

“L’Umanità è morta. E voi - uomini singoli vermi - siete i complici e gli autori - di questo genocidio."

E la notte mi avvolse. Per l’ultima volta.

*******************************

Chris è a terra. Io accanto a lui. Mano levata che stringe una tanica di benzina. Scrosciare del liquido, che si abbatte violentemente sul cadavere, avvolgendo ogni sinuosità, abbracciandolo come un vestito elegante. Zippo che si apre e chiude.

Click

Click

Click

“Addio Chris, amico mio. Permettimi questo commiato da ragazzo; perché siamo ancora ragazzi, nostalgici di quel tempo dove i meli e i peschi erano il nostro mondo e la vita era il tuono all'orizzonte. Amavi troppo e sei morto per questo. Non ho il tuo ottimismo, amico mio. Lo sai. Non temere; tutti noi lotteremo serbando la fredda consapevolezza che è propria di chi non ha più nulla da perdere, di chi è certo della follia della propria lotta, si chi brucia di vita e di chi vive e morirà a occhi spalancati. Brinderò al tuo nome questa e ogni altra notte della vita che verrà, conscio che il momento più nero della notte è quello che precede l’alba; ma ora che il sole è esploso, l’alba è stata imprigionata (troppo scandalosa e struggente, dicevano loro) e quello che mi rimane non è che una lacrima che non ho il coraggio di versare. Ti prego, amico mio, lasciami quest’ultima parvenza di umanità. Dicevi che l’Umanità fa schifo e che nel Singolo trovi il Tesoro; perdonami, ma io vedo solo sacchi della spazzatura, ricolmi di merda e odio; figure di cartone. Solo figure di cartone; figure di cartone senza anima. Figure di cartone che hanno paura del proprio denaro e ammazzano. Figure di cartone che chiamano onore la loro violenza. Figure di cartone che terrorizzano per non essere terrorizzati. Figure di cartone che sparano a innocenti, ordinano esecuzioni, che costringono al silenzio, che avvelenano la terra dei propri padri, che fanno schiacciano la dignità di uomini incolpevoli. Anche io – come te – combatterò perché questa Gomorra cessi di essere tale, ma mi chiedo se capiranno; se sapranno smettere di implorare ciò che giunge loro di diritto, se sapranno amarsi. Sì. Noi pochi - noi banda di fratelli - siedere in cima al mondo. Noi scriveremo, bestemmieremo, scandalizzeremo, imprecheremo, faremo a pugni, piangeremo, rideremo, dormiremo senza ottenere riposo, passeremo notti insonni, danzeremo, ci siederemo, accuseremo, difenderemo. Vivremo; e tutto per questo sogno ineffabile; noi lottiamo per il sogno di una cosa. Ti approvo, amico mio: ci sporcheremo le mani con il sangue del mondo; e lui se ne fregherà. E noi con lui. Se si è intellettuali, si è sempre carnefici.

Un giorno, le nostre parole usciranno – prorompenti – dalle tombe e canzoneranno il mondo e il suo vivere, che noi abbiamo già visto, analizzato, sviscerato, deriso; e allora ci vedranno. E allora, si pentiranno. E allora, la stirpe dei carnefici si sarà estinta da lungo tempo.

Un solo augurio alla fine di questa patetica omelia, amico mio: possa ogni cosa bruciare in un unico istante, come il tuo corpo in questa fiamma, una fimma di convulso e irragionevole affetto. Perché questo è il meglio che possiamo augurarci. Io. Tu. Noi. Il Mondo.”

Zippo che cade.

Acceso.



Michele Dubini

16 agosto 2010

Il carcere dentro me


Marco entrò in quell’aula di tribunale col passo svelto e lo sguardo sfuggente di chi si sente colpevole senza attenuante alcuna. Si sedette affianco al suo avvocato difensore d’ufficio mentre io, tre panche addietro, lo osservavo con l’attenzione ed il disgusto che il mio stato di padre tradito mi permetteva di provare.
Quella lama con cui uccise la sua ragazza a causa di un adulterio a quanto pare immaginario, partorito dalla sua mente paranoica ed ansiogena, uccise oltre a quella poveretta anche me e mia moglie, se solo fosse stata ancora in vita, se solo quel tumore non l’avesse strappata all’affetto della sua famiglia.
Lo sguardo severo ed imparziale del giudice fu un chiaro segno premonitore: non ci sarebbe stata pietà per Marco, in quell’asettico stanzone adibito ad aula di tribunale.
Mi sentivo insolitamente rilassato alla prospettiva che ci si poneva innanzi, come se l’eventuale condanna di mio figlio in qualche maniera fosse risolutrice di molti dei suoi, e dei miei, problemi.
Quando il giudizio finale venne emesso, Marco non fece una smorfia, non disse nulla. Accettò il verdetto con sorprendente tranquillità: chissà, forse anche per lui quel giudizio era risolutore.
Due guardie giurate l’accomagnarono fuori dall’aula dopo averlo ammanettato, ed in quel breve percorso che sembrò lunghissimo sia in termini di tempo che di spazio, lo sguardo accusatore che mio figlio mi rivolse fece sobbalzare l’anonimo torpore nel quale si trovava il mio animo di padre ferito.
“Forse ora troverò quella pace che tu non sei mai riuscito a trovare con mamma”, urlò. Tutta l’aula, ossia io, il giudice e l’intero gruppetto di amanti del lugubre che ne faceva parte si sorprese per quella frase.

No, in realtà io non rimasi stupito da ciò. Tante volte ne avevo discusso con lui. Mi aveva sempre accusato di non aver amato veramente Monica, di averla picchiata per divertimento ed insofferenza e che il tumore le aveva fatto ciò che io, a distanza di poco tempo, avrei comunque causato: la sua morte prematura. Non accettai mai quelle sue illazioni, gli feci sempre notare col vigore di un padre offeso ed inorridito la pesantezza di quelle frasi. Eppure non la smetteva di accusarmi, trovava sempre l’occasione per rinfacciarmi quelle situazioni spiacevoli che avrei dimenticato molto volentieri. “Ciò che stò vivendo è solo e soltanto colpa tua” mi urlò mille volte e più.

Li per li decisi di non andarlo subito a trovare, non ero ancora abbastanza tranquillo e forte d’animo per poter affrontare l’ennesimo scontro con mio figlio, oltretutto in quell’ambiente triste e deprimente che è il carcere. Quando mi diressi da lui, era passato ormai quasi un mese da quel giorno in tribunale. Il tempo era uggioso , ed essendo uscito senza ombrello i vestiti mi si inzupparono rapidamente d’acqua piovana.
Entrai nel carcere con lo sguardo inebetito di chi vorrebbe essere da qualunque altra parte in quel momento. Ma cercai di farmi forza e mi diressi nel reparto C del primo piano.
Osservai Marco dentro la sua cella senza dire nulla, senza distogliere lo sguardo da lui.
Riposava.
“Come si potrà mai riposare in un posto del genere” mi chiesi stupidamente.
D’altronde non c’è fatica più grossa di quella legata ad una situazione emotiva insostenibile.
Come la mia situazione, in quel momento.
Restai li alcuni minuti anche se mi sembrarono ore, fino a quando non compresi che era meglio uscire da quel posto, per mantenere quel barlume di lucidità che ancora mi rendeva fiero di me stesso.
Mi decisi d’osservar la cella un’ultima volta pur sentendomi ferito, arrabbiato ed ormai quasi esasperato da quel contesto.
Guardai di nuovo mio figlio mentre dormiva sulla sua branda, coperto da un leggero lenzuolo color mattone,  in quella lugubre e maleodorante cella.
Fu il colpo finale.
Abbassai lo sguardo in terra ed afferrai le sbarre sentendo nitido sulla pelle il freddo materiale di cui erano fatte.
“Per una volta, Filippo, per una sola volta devi esser sincero con te stesso” mi dissi col tono severo di chi non ne può più di vivere questa dannata vita.
“Il tuo giudizio per Marco è di ferma condanna, e non potrebbe essere altrimenti. Ma i sentimenti non si possono cambiare, essendo storici, essendo veri, essendo le uniche cose reali rimaste a questo mondo. Nessun giudizio supremo, nessuna interpretazione potrà mai cancellare ciò che in fondo senti dentro te, ossia che Marco è li dentro per causa tua. Inutile continuare ad ingannarsi: tu condanni tuo figlio, ed in questo modo è chiaro che accetti la sua punizione. Ma lo ami. Lo senti parte di te. In qualche maniera potresti quasi ammettere che ti rappresenta."
In quella cella del carcere di Milano, davanti ai tuoi occhi non c'è Marco, ci sei tu. Tu assieme al tuo senso di colpa e di vergogna stai dormendo su quella sporca branda. Il tuo fallimento, ciò che ritieni d’aver sbagliato e per il quale non riesci assolutamente a perdonarti è quel lenzuolo che ti ricopre quasi interamente. Non riesci a giustificarti in nessun modo."
"E se non riesci a perdonar te stesso, come puoi pensare di riuscire a perdonare la tua prole?”
“Marco”, dissi a bassa voce, stringendo più forte che potevo le sbarre, mentre una lacrima fredda e salata dallo sconforto scorreva lungo la mia guancia destra: “la tua solitudine è la mia solitudine, il vuoto che ti ha spinto a compiere quel gesto è il vuoto che mi ha spinto a permetterti di compierlo. La tua cella è fisica, materiale, reale. La mia cella è mentale, eterea ma allo stesso tempo anch’essa reale. E credimi, non è meno dolorosa,  non è meno opprimente, tutt’altro. "
"Pensaci: scontata la pena tu avrai modo di uscire da questa prigione e costruirti forse una nuova vita.
Io dalla mia non uscirò mai. Sarà la mia tomba. Senza fiori, senza epitaffio, senza foto. Desolata e rovinata, come il mio animo. "
"Come la nostra famiglia.”
Chiusi le labbra, smisi di parlare, me ne andai. Arrabbiato col mondo. Inorridito da me stesso.
Senza comprendere che forse per la prima volta potevo davvero esser fiero di me per un motivo vero, valido, consistente. Avevo dato voce alla ragione. Ero stato sincero con me stesso.
Poteva essere il tassello che avrebbe dato inizio alla mia nuova vita.
Non seppi riconoscerlo.
Uscii dal carcere e mi incamminai verso l’auto, mentre la pioggia riprese a cadere con insistenza sulla città.
 
 
Immagine di
Marta Farina: 3 illustrazioni sul tema del viaggio
martafarina.com
 

27 luglio 2010

Senza titolo

“Davvero non ce la faccio più, sono stanco di vederti così apatico ed assente. Forse tu te ne freghi semplicemente, ma per chi vive accanto a te tutto ciò è deprimente e quasi offensivo.”

“Ed ascoltami quando ti parlo, cazzo!”

Lorenzo urlò con tutta la rabbia ed il nervosismo che aveva in corpo, talmente forte che le corde vocali presero a bruciargli quasi istantaneamente.

“Mi vuoi spiegare cosa diavolo ti è successo? Da quando hai accettato quel lavoro da magazziniere non sei più lo stesso! Qual'è il problema? Ti fa schifo quest'impiego? Non vuoi più farlo? Di qualcosa, non restare in silenzio come al solito!”

Andrea non rispose a quelle domande, ma continuò ad osservarlo con fare quasi indisponente, lo sguardo velato e perso nel vuoto di chi non ha nulla più da chiedere alla vita.

“Fammi capire questa cosa. Sono mesi ormai che ti rechi tutti i giorni in quel capannone di merda per impacchettare, imbustare, etichettare e chissà cos'altro farai li dentro per dieci ore al giorno. I tuoi colleghi ti giudicano e ti infamano quasi tutti i giorni, e non dirmi che non è vero, li ho sentiti distintamente più e più volte nei giorni in cui ti son venuto a prendere con la macchina”. E te cosa fai? Non ti ribelli? Non agisci in qualche maniera? Lasci che gli altri ti calpestino in malo modo e senza il minimo rispetto per la tua persona. Ti pare un comportamento sensato questo?.

Andrea non rispose.

“Cosa credi, che la tua apparente indifferenza in qualche modo li ferisca? Questa è gente che mangia pane e merda da una vita, non vedono l'ora di aver qualcuno da poter mettere sotto i loro piedi, abituati come sono stati a sopportare le peggiori angherie dai loro superiori per anni ed anni. Non puoi davvero esser così illuso da pensare che questo atteggiamento possa in qualche modo scalfirli. Merda! Non riesco davvero ad accettare questo tuo modo d'essere. Cos'è, ti credi superiore a loro? Oppure sei davvero caduto così in basso da non aver più alcun interesse per te stesso? Io non posso e non voglio credere ad un'eventualità del genere.”

Continuava ad osservarlo senza alcun tipo di espressione facciale, insulso, inutile, sembrava quasi ridotto in stato vegetativo.

Lorenzo tirò il bicchiere che conteneva il suo brandy a terra, preso dallo sconforto e da un principio di rassegnazione.

“Credimi, questo modo di fare non ti aiuterà per niente, ben presto ti renderai conto d'esser caduto in un circolo vizioso. Non ti garantirà nemmeno la sopravvivenza, fidati di ciò che ti dico.

Se continuerai ad ignorarli, lasciando che ti feriscano dentro in questo modo, finirai col distruggerti totalmente. Ed anche quell'unicità di pensiero che son sicuro tu voglia perseguire con questo atteggiamento non sarà valsa la sofferenza che quegli esseri saranno in grado di farti provare. Devi ritrovare un minimo d'orgoglio, un qualche stimolo che possa tirarti fuori da questo pozzo senza fondo.

Non puoi continuare così, non puoi.”

Lorenzo rimase in silenzio per un paio di minuti, senza che Andrea dicesse o facesse nulla. Solo un sospiro malamente celato gli fece capire che era ancora in se.

“Prima o poi ne uscirai pazzo, perderai quel poco di lucidità che spero tu ancora possieda, ed a quel punto non ne verrai più fuori. L'oblio che ti circonderà sarà più forte di qualunque fonte di luce, sarà la fine. E la pazzia sarà la tua nuova famiglia.”




Pareva esser davvero il discorso conclusivo, fatto da una persona che mi voleva un bene incredibile e che non sapeva più a che santo votarsi. Ma tutto quel suo darsi da fare mi faceva solamente tenerezza. Dici che la pazzia si impossesserà di me?

E davvero te ne preoccupi? Forse non ti è ben chiara una cosa: non appena l'alcol nel mio corpo me lo permetterà, prenderò in mano il bicchiere che ho appoggiato sul tavolo pochi minuti fa, lo riempirò di scotch e me lo berrò tutto d'un fiato. E come per incanto le tue parole svaniranno dalla mia mente: riprenderò ad affrontare quel vuoto interiore che ormai da troppo tempo non mi fa più vivere.

Che la solitudine torni ad essere la mia morfina.










Andrea Bidin

Ho sempre amato odiare il Sole

Comincia sempre così la mattina. Con il tappetino del bagno a fissarmi, mentre mi rilasso con la mia cagata mattutina. Un tappetino verde, sporco e sfilacciato che mi guarda e mi chiede che senso ha alzarsi prima di mezzogiorno e affrontare il mondo. Un tappetino che mi chiede quale sia il senso del mondo e della mia vita; a volte penso che la risposta risieda nella cagata stessa, ma forse è meglio non pensarci. Mi alzai e ascoltando la sinfonia angelica dello sciacquone mi tirai su i pantaloni, armeggiando pigramente con la cintura.

Mi preparai ed uscii per andare a comprarmi il giornale. Un raggio di sole colpì i miei occhi intorpiditi dal sonno e dalla sbornia non ancora mandata giù del tutto, assalendomi con dolore e scatenandomi un conato di vomito e di rifiuto. Il mondo è cattivo. Il mondo ti prende sempre il culo. Adora farlo. Abbassai gli occhi come uno scarafaggio impaurito e balbettante, e cominciai a muovermi lentamente lungo il vialetto. Un giorno – pensai – quella palla infuocata ci brucerà tutti e – per dio - sarà davvero una giornata niente male. Almeno, smetteremo di abbassare gli occhi. I cadaveri – si sa – fissano sempre il cielo, con un sorriso di stupida eloquenza stampato sulle labbra.

La mattinata intanto stava andando come al solito, senza grosse novità. I soliti quattro ubriachi al baretto, brutte facce che passavano per la strada, prostitute che – finito il loro turno – aspettavano alla fermata del bus, tristezza nascosta per adattarsi alla gioiosa luce del dì, sigaretta fumate e poi uccise, caffè trangugiati come elisir di vita e morte. Il giornalaio mi aspettava come il mio personale Caronte, unico lusso del mio inferno quotidiano.

Scelsi un giornale a caso. Non mi importa più di tanto, solitamente. Mi basta dare l’impressione di essere intelligente, ma chissà perché non funziona mai. Solo a leggere la prima pagina mi viene da ridere, e non fa molto da intelligenti ridere a un titolo che dice pressappoco: “Famiglia morta ammazzata”. Al massimo fa da figli di puttana, ma non ho neanche il coraggio di essere quello, figurarsi l’intelligenza. Feci finta di leggermi il mio ammasso di carta straccia, sotto l’aroma di caffè e dolore e circondato da bestemmie ridenti. Così passano le mie domeniche mattina. Alla fine mi alzai e me ne andai, per fare una bella passeggiata al sole.

Di lì a poco distava un campo abbandonato. Decisi di andare a farmi un giro.

Mi tolsi la giacca mentre camminavo. Ero lì, solo e con me stesso, a ragionare su cosa fare per tirare sera, quando vidi una dolce famigliola intenta a ridere e mangiare. Era una famiglia davvero bella e toccante. Erano lì, stesi sull’erba verde, su una tovaglia rossa che aveva la profondità della bellezza e su cui erano disposti – come doni venuti dal cielo – dolci e pietanze di ogni tipo. Avevano una bambina bellissima, coi capelli del colore del bronzo, che si divertiva a far volare l’aquilone. Ma in me non suscitavano niente.

Sentivo piuttosto l’orrore. L’orrore per quello che sarebbero diventati. L’orrore per quei corpi di carne, così impudentemente svelati e stuprati dalla luce solare, costretti a costruirsi una maschera di svilente vita nel tentativo di combattere la depressione incalzante del deperimento. Chi mi assicurava che quel dolce maritino non andasse a puttane, che non si facesse succhiare il cazzo da Jacqueline, il trans della strada dietro casa mia? E quei bambini? Che futuro avrebbero avuto quei bambini? Sono sempre loro che ci andavano di mezzo, sono sempre i bambini - gli innocenti - a pagare. Ma esistono davvero innocenti? Continuai a camminare, fissando gli impietosi steli dell’erba, che mi parevano tante spine su cui si era tutti costretti a danzare sino all’infinito, in un vortice di carne e follia. Sono cresciuti nutrendosi della merda e dei cadaveri, e succhieranno anche la nostra stessa linfa vitale, la nostra merda. Siamo tutti vacche grasse e tutto il nostro progresso servirà solo a farci divorare dalla natura.
Amen.

La bambina mi sorrise. Me la immaginai vecchia. Senza denti, con le tette mosce, abbandonata, umiliata, lasciata a morire con i propri sogni irrealizzati. Il mondo era davvero per i figli di puttana. Per i credenti. Per quelli con una via d’uscita sicura, per quelli con l’assicurazione sanitaria, per quelli che si accontentavano di certezze. Certezze. La gente che non ha queste certezze solitamente è distrutta; senza speranza. Senza niente, se non la voglia di andare avanti impetuosamente e levando i pugni, infrangendo tutti i limiti e sfidando glacialmente il silenzio della notte. Determinati, pazzi, incazzati o tutto insieme. Sì, tutto insieme. Voi avrete visto gente simile, con quegli occhi di un ghiaccio bollente, con quell’espressione sorridente e al contempo coraggiosa; li riconosci subito. Sanno di essere dei falliti dell'esistenza, di non avere il biglietto dei Credenti, dei Sicuri. Ma non si arrendono mai. Ne avrete viste tante, di quelle facce.
Io ho visto la mia.

Chissà che fine farà quella ragazzina. Vivrà senza pensieri, fottendosene della miseria e della disperazione, e quando avrà un brutto pensiero lo affogherà in simpatie politiche o certezze smontabili e garantite. E continuavo a starmene lì, a immaginare di una vita e a rendermi conto della follia della mia, dell’impetuo traboccare del mio essere, del mio danzare incessante. E il tempo passava, passava, passava. Passava lento, come la merda trascinata sulla cristallina e rilucente acqua di un fiume.

E improvvisamente divenni sereno. Lieto. Avevo capito. In questa campagna nera di sole, ogni passo che faremo la disperazione rimarrà disperazione. Il mondo esploderà in un fragore di mille stelle e canti, i nostri corpi morti daranno vita e linfa a quei giocosi fiori blu belli come gli occhi del Cielo, i giorni passeranno e noi moriremo tutti in una soave e continua apocalisse dei corpi. C'è così tanta bellezza in questo mondo senza Dèi Bastardi e senza Ragione-Ultima-Del-Mio-Caz
zo, così tanta che nessuno riuscirà mai ad abbracciarla, a capirla, ad amarla; fatti spezzare e distruggere dal mondo se vuoi vivere per un solo attimo e ancora, e ancora, e ancora.

Poi sono tornato a casa e ho scritto questo racconto e ho pensato che le giornate di sole mi mettono sempre di cattivo umore.

E voi che ci fate ancora qui?

Finirete per scottarvi.
A meno che non siate delle fottute lucertole a sangue freddo.

In tal caso, meglio per voi. Meno sofferenza.
Ma meno divertimento.



Michele Dubini

Dietro la maschera - ripubblicazione

In onore della pubblicazione avvenuta in data odierna sul numero 0 della rivista a cura di MALATEMPORA (www.malatempora.org) ripubblichiamo "Dietro la maschera" che su carta stà ricevendo consensi un po' da tutti i suoi nuovi lettori.




Quando rimembri come ci si sentiva ad esser tenuto su un piedistallo dorato
quando ti rendi conto che i nuovi a te offerti sono illusori, poco credibili, semplicemente inferiori
in quel preciso istante comincerai a soffrire per davvero
e allora ti chiederai se potrai riavere indietro l'originale
e allora ti chiederai se ne troverai un altro all'altezza
e l'unica risposta che riceverai da tutto ciò che ti starà intorno, che ti circonderà
di animato e non
sarà uno stordente "NO"
che comprenderà entrambi i tuoi dilemmi


Gonfio di malessere
irato verso la vita così ingiusta e crudele ai tuoi occhi bisognosi di conforto
esigenti di conferme
osserverai l'orizzonte dominato da maestose nuvole grigie
ed in lontananza sentirai una risata
decisa
fragorosa
che saprà di liberazione
di rivincita
di rancore e di dolore
racchiuse in un'unica ignobile emozione


E guarderai in basso atterrito
ferito
e a bagnare il terreno che si troverà sotto ai tuoi piedi saranno le lacrime
le lacrime tue
che senza rendertene conto
si mischieranno a quelle dell'autore di quella sordida risata
che di fronte a te ed in eterna lotta con se stesso
ti accompagnerà in quell'assurdo gesto


Senza saper cosa fare
senza saper cosa dire
l'onda anomala della vita cancellerà tutto quanto è stato



E la terra
resa fertile da quel pianto
genererà un nuovo sentimento






Andrea Bidin