27 maggio 2013
Coacervo emozionale
15 settembre 2010
Estenuante percettività
Ma quel denaro non riusciva a consolarmi.
Si dice che non sia semplice creare qualcosa e farselo piacere. Si dice che gli altri apprezzino soprattutto ciò che noi non sopportiamo,e che per questo motivo dover continuare a lavorarci sopra possa diventare ancor più estenuante e frustrante. E’ il mestiere dell’artista, come tanti altri impieghi spesso può non piacere, ma non per questo avrei smesso di praticarlo: avevo bisogno di vivere tutto quello che va a completare l’opera della scrittura, ossia le emozioni, l’ispirazione, la foga, la tensione, il sentirsi completamente rapiti da essa, bella o brutta che possa essere.
Scrivevo per vivere il piacere dello scrivere, piacere personale, piacere che si estendeva a tutti i miei sensi corporei.
Quell’opera non mi aggradava? Non aveva importanza. L’avevo conclusa, mi aveva fatto evadere dalla realtà facendomene vivere una alternativa, modellata completamente da me. Probabilmente l’avevo realizzata talmente bene e rispecchiava così a fondo la società che mi faceva schifo di conseguenza. Quella caratteristica poteva essere un motivo di vanto per molti. Lo era per me. In quel momento nient’altro aveva importanza.
Scrivere è davvero faticoso. Vivere la scrittura è spesso e volentieri estenuante. Ma, credo, solo se la si vive così: non accanto ad essa, ma dentro di essa. In questa maniera l’ispirazione e le conseguenti emozioni non le osservi, le vivi.
Me lo ripeto, ma non lo accetto, perché non si smette di esser scrittori.
Delle emozioni si vive, dell’estro ci si nutre, l’ispirazione si respira. Tutti più o meno siamo in grado di percepire tutto questo. In pochi sentiamo anche la necessità di esprimerlo e farlo conoscere a chi ci circonda.
Mi avvicinai all'umida finestra, scostai per l'ennesima volta le tende che la ricoprivano interamente.
Guardai il cielo, e sospirai profondamente.
7 settembre 2010
La Preghiera dei Carnefici
“Cosa vorresti dire con questo – tu – lurido figlio di puttana?”
Presi un lungo respiro prima di rispondere. Abbassai lentamente il capo, scuotendolo appena, come timidamente la sera fanno le fronde degli alberi allo spirare di un vento leggero. I miei fragili occhi si limitavano a fissare la birra nel bicchiere e le bollicine che salivano, salivano, salivano dirette verso il cielo, in un effimero ed eterno canto alcolico. Chissà, chissà cosa avrebbe detto, Chris. Chissà come sarebbe entrato nella conversazione, con il suo sorriso smagliante, i suoi occhi accesi come zaffiri splendenti, i suoi capelli corvini, il suo volto gentile e calmo. Chissà. Lui sapeva. Lui sapeva sempre cosa dire.
Lui sapeva amare tutti. Dare una chance. Una speranza.
Ma Chris se ne era andato. E non sarebbe tornato. Mai. E io non avevo l’altro che l’odio, nelle mie mani che un tempo stringevano l'intera speranza del mondo.
“Voglio dire” - spiccicai lentamente, mentre la mia lingua si impastava - “che è tutto inutile. Tutto.”
Un lungo e terribile attimo di silenzio. E le bollicine smisero di salire. Avrei voluto che questa armonia, questo rumore assordante fosse durato in eterno. Avrei ucciso – ancora – per questa incredibile pace agghiacciante; era la fontana per me - assetato e disperso nel deserto. Non è vero che dando al solitario una compagnia lo farete parlare senza sosta; anzi. Lo mettete a disagio, lo incattivite, lo umiliate, lo fate piangere, lo rendete goffo, brutto e fastidioso. Sputate sul quel poco di dignità che gli è rimasta, su quel brandello di anima che non ha ancora perduto.
“Ma sei scemo?!” – Bang. Tutto distrutto. Un’altra illusione in frantumi. Il Divenire: un’agonia senza fine.
Sorseggiai appena la birra.
“Ma guarda te. Sei proprio un figlio di puttana tu, lo sai? Prendi per il culo la gente che prega, la gente che si fa il culo a quattro, la gente che fa del bene. Guardati. Guardati! Sei qui a sparare sentenze sulla gente che lavora e ha una moglie, mentre tu non fai altro che grattarti il culo. Chi cazzo di credi di essere?”
Bella domanda. Chi ero io? Probabilmente ero davvero un figlio di puttana. Probabilmente non avevo diritto di giudicare. Ma io sapevo. Io sapevo. Non avevo nulla sulla vita di questo individuo medio, delle sue passioni, del suo lavoro, delle sue preferenze alimentari, politiche, sessuali, alcoliche; nulla. Ma io capivo, tutavia. E dunque, sapevo. Capivo - e sapevo - perché sono uno scrittore – e soprattutto perché sono un solitario. Ho visto milioni di spettacoli nella mia vita; ordalie di burattini danzanti e giudizi di morte e vita elargiti con prodiga mano. Io ho visto e ho imparato a mettere ordine in quei puzzle irrisolti della vita, a districare le reti del subconscio, a mettere ordine dove caos ed entropia imperano, a far dipendere ogni istinto da una scelta – fredda, asettica, volontaria. E quindi, so. E dato che so, non riesco a tacere, a fermare il gentile e mortale tratto della mia penna, a interrompere questa impietosa serie di colpi sulla tastiera.
Lo deluderò, non ha scampo. Non ho scampo. In questo momento, lui spera che io risponda con qualcosa che gli dia ragione (la ragione: inerzia della verità!), che chiuda la conversazione, che attesti la mia inferiorità. Inferiorità; un concetto buono per chi ha ancora delle certezze da vendere sul mercato. Io non avevo certezze; avevo solo stanchezza e ossa spezzate. Chris- lui sì -, lui avrebbe trovato una Terza Via. Un sorriso. Una scoperta. Una aurora. Ma io non ero Jack. Non avevo la sua speranza. Non avevo nemmeno l’odio, ora che ci pensavo davvero. Avevo solo una fredda indifferenza. E si mischiava a un silenzioso e pacato – quanto tagliente – disprezzo.
“Ascolta” – dissi lentamente, sempre fissando il bicchiere di vetro – “ma tu ci credi davvero a tutte queste fregnacce?”
Si irritò. Mi feci triste.
“Sì che ci credo, cazzo, ci credo, cazzo! E se non ci credi, come fai a non vedere il bene che c’è nell’umanità, LO SCOPO? Sembri un cazzo di adolescente che gioca a non rispettare le regole.”
Bevvi. In silenzio.
“Perché non rispondi? PERCHE’ TI OSTINI A NON PARLARE, coglione?!”
Adesso tutto il bar si era girato, e ci guardava – mi guardava – con ostilità. Alla gente fa paura la gente che parla. La gente che pensa e che ha idee. Fanno bene: noi intellettuali siamo dei fottuti carnefici. Siederemo in cima al mondo prevedendo il suo ruotare e ci sporcheremo le mani con il suo sangue. Mi alzai e pigramente mi diressi verso l’ingresso sorridendo, mentre quasi parevo fendere le pareti del locale.
“CHE CAZZO C’HAI DA RIDERE, COGLIONE?”
Mi voltai, sempre con il sorriso.
E cominciai ad urlare. Forte. Distinto. Impietoso.
“Pensavo. Pensavo a voi. Tu. Uomo. Voi, che non vi amate ma vi umiliate. Perdete il vostro tempo e il vostro Ego nell’adorazione a Qualcuno e portate quel poco di buono che avete fuori da voi stessi. Vi credete grandi; Credenti; Prescelti. Andate su automobili di classe e mentre vostra moglie prepara la cena si illude di vivere in un'Arcadia piena di affetto, ma il vostro non è Affetto, la vostra non è Vita. Non siete che viscidi vermi, e come bufali calpestate questa terra, spargendo dolore e sgomento a ogni vostro passo, corrompendo la terra dei vostri avi, terra che un tempo regalava meli e peschi e ora piange lacrime di cenere. Espellete dal vostro animo il dolore e la disperazione; vi accontentate di una felicità sbiadita, preferite un grigiore di piacere, un credere sicuro, una vita di assegni in bianco. Quello che commuove, voi lo trasformate in scherno. Quello che fa piangere, in debolezze. Elevate la vostra debolezza e la vostra impotenza perché il vostro livore e il vostro astio non conoscono requie; io lo leggo nei vostri occhi, lo leggo, questo freddo odio che nasce dal CONTEGNO! IL CONTEGNO! Un concetto buono per i figli di buona famiglia, per ripararsi dallo scandalo, dalle dita della disgrazia! E mentre preghi o hai fiducia in un Bene Superiore - nel tuo Contengo magari! - da qualche parte nel mondo c'è chi sta combattendo con spaventose carabine, con le mani incrociate sul petto, visi deturpati dalle granate e dalla rabbia, in preda alla fame, alla sete, alla pazzia. Questa è l’Umanità, divenuta Massa. E voi non siete singoli, ma vermi.”
Mi fermai. Li guardai. Tutti. Uno a uno.
“L’Umanità è morta. E voi - uomini singoli vermi - siete i complici e gli autori - di questo genocidio."
E la notte mi avvolse. Per l’ultima volta.
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Chris è a terra. Io accanto a lui. Mano levata che stringe una tanica di benzina. Scrosciare del liquido, che si abbatte violentemente sul cadavere, avvolgendo ogni sinuosità, abbracciandolo come un vestito elegante. Zippo che si apre e chiude.
Click
Click
Click
“Addio Chris, amico mio. Permettimi questo commiato da ragazzo; perché siamo ancora ragazzi, nostalgici di quel tempo dove i meli e i peschi erano il nostro mondo e la vita era il tuono all'orizzonte. Amavi troppo e sei morto per questo. Non ho il tuo ottimismo, amico mio. Lo sai. Non temere; tutti noi lotteremo serbando la fredda consapevolezza che è propria di chi non ha più nulla da perdere, di chi è certo della follia della propria lotta, si chi brucia di vita e di chi vive e morirà a occhi spalancati. Brinderò al tuo nome questa e ogni altra notte della vita che verrà, conscio che il momento più nero della notte è quello che precede l’alba; ma ora che il sole è esploso, l’alba è stata imprigionata (troppo scandalosa e struggente, dicevano loro) e quello che mi rimane non è che una lacrima che non ho il coraggio di versare. Ti prego, amico mio, lasciami quest’ultima parvenza di umanità. Dicevi che l’Umanità fa schifo e che nel Singolo trovi il Tesoro; perdonami, ma io vedo solo sacchi della spazzatura, ricolmi di merda e odio; figure di cartone. Solo figure di cartone; figure di cartone senza anima. Figure di cartone che hanno paura del proprio denaro e ammazzano. Figure di cartone che chiamano onore la loro violenza. Figure di cartone che terrorizzano per non essere terrorizzati. Figure di cartone che sparano a innocenti, ordinano esecuzioni, che costringono al silenzio, che avvelenano la terra dei propri padri, che fanno schiacciano la dignità di uomini incolpevoli. Anche io – come te – combatterò perché questa Gomorra cessi di essere tale, ma mi chiedo se capiranno; se sapranno smettere di implorare ciò che giunge loro di diritto, se sapranno amarsi. Sì. Noi pochi - noi banda di fratelli - siedere in cima al mondo. Noi scriveremo, bestemmieremo, scandalizzeremo, imprecheremo, faremo a pugni, piangeremo, rideremo, dormiremo senza ottenere riposo, passeremo notti insonni, danzeremo, ci siederemo, accuseremo, difenderemo. Vivremo; e tutto per questo sogno ineffabile; noi lottiamo per il sogno di una cosa. Ti approvo, amico mio: ci sporcheremo le mani con il sangue del mondo; e lui se ne fregherà. E noi con lui. Se si è intellettuali, si è sempre carnefici.
Un giorno, le nostre parole usciranno – prorompenti – dalle tombe e canzoneranno il mondo e il suo vivere, che noi abbiamo già visto, analizzato, sviscerato, deriso; e allora ci vedranno. E allora, si pentiranno. E allora, la stirpe dei carnefici si sarà estinta da lungo tempo.
Un solo augurio alla fine di questa patetica omelia, amico mio: possa ogni cosa bruciare in un unico istante, come il tuo corpo in questa fiamma, una fimma di convulso e irragionevole affetto. Perché questo è il meglio che possiamo augurarci. Io. Tu. Noi. Il Mondo.”
Zippo che cade.
Acceso.
Michele Dubini16 agosto 2010
Il carcere dentro me
Quella lama con cui uccise la sua ragazza a causa di un adulterio a quanto pare immaginario, partorito dalla sua mente paranoica ed ansiogena, uccise oltre a quella poveretta anche me e mia moglie, se solo fosse stata ancora in vita, se solo quel tumore non l’avesse strappata all’affetto della sua famiglia.
Lo sguardo severo ed imparziale del giudice fu un chiaro segno premonitore: non ci sarebbe stata pietà per Marco, in quell’asettico stanzone adibito ad aula di tribunale.
Mi sentivo insolitamente rilassato alla prospettiva che ci si poneva innanzi, come se l’eventuale condanna di mio figlio in qualche maniera fosse risolutrice di molti dei suoi, e dei miei, problemi.
Quando il giudizio finale venne emesso, Marco non fece una smorfia, non disse nulla. Accettò il verdetto con sorprendente tranquillità: chissà, forse anche per lui quel giudizio era risolutore.
Due guardie giurate l’accomagnarono fuori dall’aula dopo averlo ammanettato, ed in quel breve percorso che sembrò lunghissimo sia in termini di tempo che di spazio, lo sguardo accusatore che mio figlio mi rivolse fece sobbalzare l’anonimo torpore nel quale si trovava il mio animo di padre ferito.
“Forse ora troverò quella pace che tu non sei mai riuscito a trovare con mamma”, urlò. Tutta l’aula, ossia io, il giudice e l’intero gruppetto di amanti del lugubre che ne faceva parte si sorprese per quella frase.
No, in realtà io non rimasi stupito da ciò. Tante volte ne avevo discusso con lui. Mi aveva sempre accusato di non aver amato veramente Monica, di averla picchiata per divertimento ed insofferenza e che il tumore le aveva fatto ciò che io, a distanza di poco tempo, avrei comunque causato: la sua morte prematura. Non accettai mai quelle sue illazioni, gli feci sempre notare col vigore di un padre offeso ed inorridito la pesantezza di quelle frasi. Eppure non la smetteva di accusarmi, trovava sempre l’occasione per rinfacciarmi quelle situazioni spiacevoli che avrei dimenticato molto volentieri. “Ciò che stò vivendo è solo e soltanto colpa tua” mi urlò mille volte e più.
Li per li decisi di non andarlo subito a trovare, non ero ancora abbastanza tranquillo e forte d’animo per poter affrontare l’ennesimo scontro con mio figlio, oltretutto in quell’ambiente triste e deprimente che è il carcere. Quando mi diressi da lui, era passato ormai quasi un mese da quel giorno in tribunale. Il tempo era uggioso , ed essendo uscito senza ombrello i vestiti mi si inzupparono rapidamente d’acqua piovana.
Entrai nel carcere con lo sguardo inebetito di chi vorrebbe essere da qualunque altra parte in quel momento. Ma cercai di farmi forza e mi diressi nel reparto C del primo piano.
Osservai Marco dentro la sua cella senza dire nulla, senza distogliere lo sguardo da lui.
Riposava.
“Come si potrà mai riposare in un posto del genere” mi chiesi stupidamente.
D’altronde non c’è fatica più grossa di quella legata ad una situazione emotiva insostenibile.
Come la mia situazione, in quel momento.
Restai li alcuni minuti anche se mi sembrarono ore, fino a quando non compresi che era meglio uscire da quel posto, per mantenere quel barlume di lucidità che ancora mi rendeva fiero di me stesso.
Mi decisi d’osservar la cella un’ultima volta pur sentendomi ferito, arrabbiato ed ormai quasi esasperato da quel contesto.
Guardai di nuovo mio figlio mentre dormiva sulla sua branda, coperto da un leggero lenzuolo color mattone, in quella lugubre e maleodorante cella.
Fu il colpo finale.
Abbassai lo sguardo in terra ed afferrai le sbarre sentendo nitido sulla pelle il freddo materiale di cui erano fatte.
“Per una volta, Filippo, per una sola volta devi esser sincero con te stesso” mi dissi col tono severo di chi non ne può più di vivere questa dannata vita.
“Il tuo giudizio per Marco è di ferma condanna, e non potrebbe essere altrimenti. Ma i sentimenti non si possono cambiare, essendo storici, essendo veri, essendo le uniche cose reali rimaste a questo mondo. Nessun giudizio supremo, nessuna interpretazione potrà mai cancellare ciò che in fondo senti dentro te, ossia che Marco è li dentro per causa tua. Inutile continuare ad ingannarsi: tu condanni tuo figlio, ed in questo modo è chiaro che accetti la sua punizione. Ma lo ami. Lo senti parte di te. In qualche maniera potresti quasi ammettere che ti rappresenta."
In quella cella del carcere di Milano, davanti ai tuoi occhi non c'è Marco, ci sei tu. Tu assieme al tuo senso di colpa e di vergogna stai dormendo su quella sporca branda. Il tuo fallimento, ciò che ritieni d’aver sbagliato e per il quale non riesci assolutamente a perdonarti è quel lenzuolo che ti ricopre quasi interamente. Non riesci a giustificarti in nessun modo."
"E se non riesci a perdonar te stesso, come puoi pensare di riuscire a perdonare la tua prole?”
“Marco”, dissi a bassa voce, stringendo più forte che potevo le sbarre, mentre una lacrima fredda e salata dallo sconforto scorreva lungo la mia guancia destra: “la tua solitudine è la mia solitudine, il vuoto che ti ha spinto a compiere quel gesto è il vuoto che mi ha spinto a permetterti di compierlo. La tua cella è fisica, materiale, reale. La mia cella è mentale, eterea ma allo stesso tempo anch’essa reale. E credimi, non è meno dolorosa, non è meno opprimente, tutt’altro. "
"Pensaci: scontata la pena tu avrai modo di uscire da questa prigione e costruirti forse una nuova vita.
Io dalla mia non uscirò mai. Sarà la mia tomba. Senza fiori, senza epitaffio, senza foto. Desolata e rovinata, come il mio animo. "
"Come la nostra famiglia.”
Chiusi le labbra, smisi di parlare, me ne andai. Arrabbiato col mondo. Inorridito da me stesso.
Senza comprendere che forse per la prima volta potevo davvero esser fiero di me per un motivo vero, valido, consistente. Avevo dato voce alla ragione. Ero stato sincero con me stesso.
Poteva essere il tassello che avrebbe dato inizio alla mia nuova vita.
Non seppi riconoscerlo.
Uscii dal carcere e mi incamminai verso l’auto, mentre la pioggia riprese a cadere con insistenza sulla città.
27 luglio 2010
Senza titolo
“Ed ascoltami quando ti parlo, cazzo!”
Lorenzo urlò con tutta la rabbia ed il nervosismo che aveva in corpo, talmente forte che le corde vocali presero a bruciargli quasi istantaneamente.
“Mi vuoi spiegare cosa diavolo ti è successo? Da quando hai accettato quel lavoro da magazziniere non sei più lo stesso! Qual'è il problema? Ti fa schifo quest'impiego? Non vuoi più farlo? Di qualcosa, non restare in silenzio come al solito!”
Andrea non rispose a quelle domande, ma continuò ad osservarlo con fare quasi indisponente, lo sguardo velato e perso nel vuoto di chi non ha nulla più da chiedere alla vita.
“Fammi capire questa cosa. Sono mesi ormai che ti rechi tutti i giorni in quel capannone di merda per impacchettare, imbustare, etichettare e chissà cos'altro farai li dentro per dieci ore al giorno. I tuoi colleghi ti giudicano e ti infamano quasi tutti i giorni, e non dirmi che non è vero, li ho sentiti distintamente più e più volte nei giorni in cui ti son venuto a prendere con la macchina”. E te cosa fai? Non ti ribelli? Non agisci in qualche maniera? Lasci che gli altri ti calpestino in malo modo e senza il minimo rispetto per la tua persona. Ti pare un comportamento sensato questo?.
Andrea non rispose.
“Cosa credi, che la tua apparente indifferenza in qualche modo li ferisca? Questa è gente che mangia pane e merda da una vita, non vedono l'ora di aver qualcuno da poter mettere sotto i loro piedi, abituati come sono stati a sopportare le peggiori angherie dai loro superiori per anni ed anni. Non puoi davvero esser così illuso da pensare che questo atteggiamento possa in qualche modo scalfirli. Merda! Non riesco davvero ad accettare questo tuo modo d'essere. Cos'è, ti credi superiore a loro? Oppure sei davvero caduto così in basso da non aver più alcun interesse per te stesso? Io non posso e non voglio credere ad un'eventualità del genere.”
Continuava ad osservarlo senza alcun tipo di espressione facciale, insulso, inutile, sembrava quasi ridotto in stato vegetativo.
Lorenzo tirò il bicchiere che conteneva il suo brandy a terra, preso dallo sconforto e da un principio di rassegnazione.
“Credimi, questo modo di fare non ti aiuterà per niente, ben presto ti renderai conto d'esser caduto in un circolo vizioso. Non ti garantirà nemmeno la sopravvivenza, fidati di ciò che ti dico.
Se continuerai ad ignorarli, lasciando che ti feriscano dentro in questo modo, finirai col distruggerti totalmente. Ed anche quell'unicità di pensiero che son sicuro tu voglia perseguire con questo atteggiamento non sarà valsa la sofferenza che quegli esseri saranno in grado di farti provare. Devi ritrovare un minimo d'orgoglio, un qualche stimolo che possa tirarti fuori da questo pozzo senza fondo.
Non puoi continuare così, non puoi.”
Lorenzo rimase in silenzio per un paio di minuti, senza che Andrea dicesse o facesse nulla. Solo un sospiro malamente celato gli fece capire che era ancora in se.
“Prima o poi ne uscirai pazzo, perderai quel poco di lucidità che spero tu ancora possieda, ed a quel punto non ne verrai più fuori. L'oblio che ti circonderà sarà più forte di qualunque fonte di luce, sarà la fine. E la pazzia sarà la tua nuova famiglia.”
Pareva esser davvero il discorso conclusivo, fatto da una persona che mi voleva un bene incredibile e che non sapeva più a che santo votarsi. Ma tutto quel suo darsi da fare mi faceva solamente tenerezza. Dici che la pazzia si impossesserà di me?
E davvero te ne preoccupi? Forse non ti è ben chiara una cosa: non appena l'alcol nel mio corpo me lo permetterà, prenderò in mano il bicchiere che ho appoggiato sul tavolo pochi minuti fa, lo riempirò di scotch e me lo berrò tutto d'un fiato. E come per incanto le tue parole svaniranno dalla mia mente: riprenderò ad affrontare quel vuoto interiore che ormai da troppo tempo non mi fa più vivere.
Che la solitudine torni ad essere la mia morfina.
Andrea Bidin
Ho sempre amato odiare il Sole
Mi preparai ed uscii per andare a comprarmi il giornale. Un raggio di sole colpì i miei occhi intorpiditi dal sonno e dalla sbornia non ancora mandata giù del tutto, assalendomi con dolore e scatenandomi un conato di vomito e di rifiuto. Il mondo è cattivo. Il mondo ti prende sempre il culo. Adora farlo. Abbassai gli occhi come uno scarafaggio impaurito e balbettante, e cominciai a muovermi lentamente lungo il vialetto. Un giorno – pensai – quella palla infuocata ci brucerà tutti e – per dio - sarà davvero una giornata niente male. Almeno, smetteremo di abbassare gli occhi. I cadaveri – si sa – fissano sempre il cielo, con un sorriso di stupida eloquenza stampato sulle labbra.
La mattinata intanto stava andando come al solito, senza grosse novità. I soliti quattro ubriachi al baretto, brutte facce che passavano per la strada, prostitute che – finito il loro turno – aspettavano alla fermata del bus, tristezza nascosta per adattarsi alla gioiosa luce del dì, sigaretta fumate e poi uccise, caffè trangugiati come elisir di vita e morte. Il giornalaio mi aspettava come il mio personale Caronte, unico lusso del mio inferno quotidiano.
Scelsi un giornale a caso. Non mi importa più di tanto, solitamente. Mi basta dare l’impressione di essere intelligente, ma chissà perché non funziona mai. Solo a leggere la prima pagina mi viene da ridere, e non fa molto da intelligenti ridere a un titolo che dice pressappoco: “Famiglia morta ammazzata”. Al massimo fa da figli di puttana, ma non ho neanche il coraggio di essere quello, figurarsi l’intelligenza. Feci finta di leggermi il mio ammasso di carta straccia, sotto l’aroma di caffè e dolore e circondato da bestemmie ridenti. Così passano le mie domeniche mattina. Alla fine mi alzai e me ne andai, per fare una bella passeggiata al sole.
Di lì a poco distava un campo abbandonato. Decisi di andare a farmi un giro.
Mi tolsi la giacca mentre camminavo. Ero lì, solo e con me stesso, a ragionare su cosa fare per tirare sera, quando vidi una dolce famigliola intenta a ridere e mangiare. Era una famiglia davvero bella e toccante. Erano lì, stesi sull’erba verde, su una tovaglia rossa che aveva la profondità della bellezza e su cui erano disposti – come doni venuti dal cielo – dolci e pietanze di ogni tipo. Avevano una bambina bellissima, coi capelli del colore del bronzo, che si divertiva a far volare l’aquilone. Ma in me non suscitavano niente.
Sentivo piuttosto l’orrore. L’orrore per quello che sarebbero diventati. L’orrore per quei corpi di carne, così impudentemente svelati e stuprati dalla luce solare, costretti a costruirsi una maschera di svilente vita nel tentativo di combattere la depressione incalzante del deperimento. Chi mi assicurava che quel dolce maritino non andasse a puttane, che non si facesse succhiare il cazzo da Jacqueline, il trans della strada dietro casa mia? E quei bambini? Che futuro avrebbero avuto quei bambini? Sono sempre loro che ci andavano di mezzo, sono sempre i bambini - gli innocenti - a pagare. Ma esistono davvero innocenti? Continuai a camminare, fissando gli impietosi steli dell’erba, che mi parevano tante spine su cui si era tutti costretti a danzare sino all’infinito, in un vortice di carne e follia. Sono cresciuti nutrendosi della merda e dei cadaveri, e succhieranno anche la nostra stessa linfa vitale, la nostra merda. Siamo tutti vacche grasse e tutto il nostro progresso servirà solo a farci divorare dalla natura.
Amen.
La bambina mi sorrise. Me la immaginai vecchia. Senza denti, con le tette mosce, abbandonata, umiliata, lasciata a morire con i propri sogni irrealizzati. Il mondo era davvero per i figli di puttana. Per i credenti. Per quelli con una via d’uscita sicura, per quelli con l’assicurazione sanitaria, per quelli che si accontentavano di certezze. Certezze. La gente che non ha queste certezze solitamente è distrutta; senza speranza. Senza niente, se non la voglia di andare avanti impetuosamente e levando i pugni, infrangendo tutti i limiti e sfidando glacialmente il silenzio della notte. Determinati, pazzi, incazzati o tutto insieme. Sì, tutto insieme. Voi avrete visto gente simile, con quegli occhi di un ghiaccio bollente, con quell’espressione sorridente e al contempo coraggiosa; li riconosci subito. Sanno di essere dei falliti dell'esistenza, di non avere il biglietto dei Credenti, dei Sicuri. Ma non si arrendono mai. Ne avrete viste tante, di quelle facce.
Io ho visto la mia.
Chissà che fine farà quella ragazzina. Vivrà senza pensieri, fottendosene della miseria e della disperazione, e quando avrà un brutto pensiero lo affogherà in simpatie politiche o certezze smontabili e garantite. E continuavo a starmene lì, a immaginare di una vita e a rendermi conto della follia della mia, dell’impetuo traboccare del mio essere, del mio danzare incessante. E il tempo passava, passava, passava. Passava lento, come la merda trascinata sulla cristallina e rilucente acqua di un fiume.
E improvvisamente divenni sereno. Lieto. Avevo capito. In questa campagna nera di sole, ogni passo che faremo la disperazione rimarrà disperazione. Il mondo esploderà in un fragore di mille stelle e canti, i nostri corpi morti daranno vita e linfa a quei giocosi fiori blu belli come gli occhi del Cielo, i giorni passeranno e noi moriremo tutti in una soave e continua apocalisse dei corpi. C'è così tanta bellezza in questo mondo senza Dèi Bastardi e senza Ragione-Ultima-Del-Mio-Caz
zo, così tanta che nessuno riuscirà mai ad abbracciarla, a capirla, ad amarla; fatti spezzare e distruggere dal mondo se vuoi vivere per un solo attimo e ancora, e ancora, e ancora.
Poi sono tornato a casa e ho scritto questo racconto e ho pensato che le giornate di sole mi mettono sempre di cattivo umore.
E voi che ci fate ancora qui?
Finirete per scottarvi.
A meno che non siate delle fottute lucertole a sangue freddo.
In tal caso, meglio per voi. Meno sofferenza.
Ma meno divertimento.
Michele Dubini
Dietro la maschera - ripubblicazione
Quando rimembri come ci si sentiva ad esser tenuto su un piedistallo dorato
quando ti rendi conto che i nuovi a te offerti sono illusori, poco credibili, semplicemente inferiori
in quel preciso istante comincerai a soffrire per davvero
e allora ti chiederai se potrai riavere indietro l'originale
e allora ti chiederai se ne troverai un altro all'altezza
e l'unica risposta che riceverai da tutto ciò che ti starà intorno, che ti circonderà
di animato e non
sarà uno stordente "NO"
che comprenderà entrambi i tuoi dilemmi
Gonfio di malessere
irato verso la vita così ingiusta e crudele ai tuoi occhi bisognosi di conforto
esigenti di conferme
osserverai l'orizzonte dominato da maestose nuvole grigie
ed in lontananza sentirai una risata
decisa
fragorosa
che saprà di liberazione
di rivincita
di rancore e di dolore
racchiuse in un'unica ignobile emozione
E guarderai in basso atterrito
ferito
e a bagnare il terreno che si troverà sotto ai tuoi piedi saranno le lacrime
le lacrime tue
che senza rendertene conto
si mischieranno a quelle dell'autore di quella sordida risata
che di fronte a te ed in eterna lotta con se stesso
ti accompagnerà in quell'assurdo gesto
Senza saper cosa fare
senza saper cosa dire
l'onda anomala della vita cancellerà tutto quanto è stato
E la terra
resa fertile da quel pianto
genererà un nuovo sentimento
Andrea Bidin